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Mare e Sardegna - Il Ritorno


Capitolo 8 - Il Ritorno


ITINERARIO E LUOGHI del Capitolo


Sardegna: Terranova-Pausania (Olbia)

Lazio: Civitavecchia - Roma - Tivoli - Colli Albani - Cassino

Campania:  Capua - Caserta - Napoli - Capri

Sicilia: Palermo


SINOSSI


Altre 28 pagine di diario per l’ultimo tratto del viaggio.

Siamo sulla nave partita da Olbia la sera prima, dopo le 9 ore e mezza di viaggio, ormai in avvicinamento al porto di Civitavecchia, la mattina al risveglio, Lawrence fa l’appello, raccontando il risveglio dei viaggiatori citati alla partenza: dagli uomini alle bestie.

Sale quindi sul treno e mentre fuori scorre la Maremma, fa delle considerazioni analitiche: «in un'ora si cambia la propria psiche. L'essere umano è una creatura stranissima. Pensai di avere solo un'anima, e in realtà ne ha a dozzine. Sentii la mia forte anima sarda dissolversi in me, mi sentii svanire nella vera incertezza e transitorietà italiana

Nonostante la metamorfosi il passaggio non è scevro da pensieri legati all’esperienza sarda: «ci troviamo a serpeggiare per gli strani, lunghi avvallamenti della Campagna romana. Lì i pastori badavano alle pecore: le merino dal piede sottile. In Sardegna le merino erano molto bianche e brillanti (...) Ma queste della Campagna non erano più bianche, ma sporche.»

Arrivati a Roma per prendere il treno per Napoli non si lascia sfuggire ancora una considerazione sulla capitale al volo: «Roma si sente come sempre: festaiola e niente affatto incline a curarsi di qualche cosa

Poi un incontro fugace con due amici inglesi preavvertiti tramite telegramma, ricordate la visita all’ufficio postale al porto di Olbia, con i quali, sotto al treno, si scambiano esperienze di viaggi dall’Africa al Giappone e si danno appuntamento in Sicilia per la fioritura dei mandorli.

Poi partono col treno che scorre lungo paesaggi e territori nei quali molti sono i luoghi dei quali Lawrence ha bei ricordi e nei quali vorrebbe tornare: Tivoli prima e Montecassino con la sua Abbazia dove sarebbe tentato di andare a “visitare l’altro amico, il monaco che sa così tanto del mondo, vivendone fuori”. 

Incontri e scontri verbali lungo il viaggio che li porta a Napoli, e quando arrivati, una camminata trafelata per raggiungere il porto con un certo timore; poi una divertente scenetta all’italiana, con l’altrettanto divertente quanto oggettivamente realistico racconto del metodo da usare per arrivare ad ottenere il biglietto per la nave cercando al contempo di non farsi derubare.

Poi si sale sulla nave che porterà i nostri due coniugi viaggiatori da Napoli a Palermo; il solito breve giro d’orizzonte per inquadrare l’ambientazione delle scene dei vari personaggi presenti a bordo.

Sbotta indispettito con coloro i quali continuano a dire che gli inglesi sono fortunati a vivere in Italia, con un popolo che si sente buono e che invece non fa altro che criticare e giudicare, sempre attaccato al denaro.


E quasi a sottolineare lo spirito col quale Lawrence viaggia e ha viaggiato alla scoperta della vita come fosse un teatro, la narrazione finisce con uno spettacolo di Pupi Siciliani a Palermo, e si conclude con una frase simbolica: «Ma è finito. Tutto è finito. Il teatro si svuota in un attimo. ... Li ho amati veramente tutti nel teatro: il sangue meridionale, generoso, ardente, così sottile e spontaneo, che chiede il contatto fisico, non la comunione mentale o la simpatia dello spirito. Mi dispiaceva lasciarli


La narrazione di Lawrence, talvolta fa pensare che gli manchi solo una macchina fotografica per poter fissare le immagini che gli scorrono davanti.

Ama le scene di massa ma anche personaggi singoli e coppie, che descrive come sceneggiature di pièce teatrali.

E ai suoi personaggi e interpreti del quotidiano ama sempre dare un soprannome non conoscendone il nome di battesimo, né si sforza di conoscerlo.

La sua scrittura è evocativa, sinestetica, ricchissima di particolari e sensazioni, racconta ogni sensazione e atmosfera, considerazioni, divertenti scenette, ambienti, luoghi, paesaggi, passo passo, momento per momento, con precisione ogni personaggio, suono e rumore, inquadra e rende reale ogni ambiente.


Audio Lettura di tutto il capitolo pagine 205 a 233 (ascolta il podcast qui sotto)


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PASSI e LOCALITÀ del Capitolo


* I testi colorati di rosso e in corsivo sono mie note e considerazioni, le città sono quelle che vengono poi illustrate anche con podcast


Poiché il mare era liscio come una strada pianeggiante, nessuno riuscì a stare veramente male.

I miei giovani compagni (coloro che occupavano le cuccette della sua cabina) si alzarono all’alba [...]


[...] L’ape regina (...) era proprio deliziata dalla sua compagna di viaggio: una ragazza così graziosa, disse! [...]


[...] Il gallo che aveva cantato tutta la notte cantò di nuovo, rauco, con la gola indolenzita.

Le mucche infelici sembravano ancor più stancamente infelici, ma erano ancora immobili [...]


[...] I prigionieri erano fuori per l’aria [...]


[...] I soldati avevano sfilato il telone e la loro casa per la notte (...) fumavano sigarette e fissavano fuori bordo.

Ci avviciniamo a Civitavecchia: il vecchio porto dall’aria medievale, col suo castello e una caserma fortificata rotonda all’entrata.

A bordo i soldati urlarono e salutarono con la mano i soldati sui bastioni.

Ormeggiamo in modo semplice nel porto piuttosto squallido, insignificante.

E in cinque minuti eravamo fuori, e camminavamo lungo l’ampio viale desolato verso la stazione. [...]




CIVITAVECCHIA è un comune della città metropolitana di Roma Capitale nel Lazio, i cui abitanti son detti Civitavecchiesi

Affacciata sul mar Tirreno, la sua storia è legata alla marineria e al commercio, tanto che oggi il porto di Civitavecchia è tra i più importanti d'Italia, il secondo scalo europeo per numero di passeggeri annui in transito.

Adagiata di fronte al mare, ai piedi dei Monti della Tolfa, è città di aspetto moderno, dovuto alle ricostruzioni seguite alle rovine del periodo bellico. 

Notevole è stata la sua espansione topografica, soprattutto lungo la direttrice della via Aurelia, sia verso Nord, con impianti di fabbriche, sia verso Sud, con sviluppo dell'edilizia abitativa. 

È divenuta un vivace centro industriale con industrie meccaniche, chimiche ed alimentari, ma la sua principale funzione è quella portuale, che ne fa il maggiore scalo del Lazio e il più importante capolinea per i collegamenti con la Sardegna. L'interesse maggiore è dato dal cinquecentesco Forte Michelangelo, dal Museo Archeologico e dai resti romani, soprattutto delle Terme Taurine, di cui trovi il racconto della visita nel podcast. (continua ascoltando il podcast qui sotto)


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[...] I vetturini ci guardavano duri: ma senza dubbio per via dello zaino ci presero per poveri tedeschi.

Così la buia e tetra stazione nel buio e tetro mattino. [...]



[...] Caffellatte, e poi, con soli tre quarti d'ora di ritardo, il treno dal nord. 

È l'espresso notturno da Torino. 

C’era un sacco di posto, e così salimmo, seguiti da una mezza dozzina di sardi. [...]


[...] Sulla terraferma sembrava proprio un mondo nuovo: e subito si respirava di nuovo la strana incertezza che è nell'aria. 

Ancora una volta lessi il Corriere della Sera dall'inizio alla fine. [...]


[...] E in un'ora si cambia la propria psiche. 

L'essere umano è una creatura stranissima. 

Pensai di avere solo un'anima, e in realtà ne ha a dozzine.

Sentii la mia forte anima sarda dissolversi in me, mi sentii svanire nella vera incertezza e transitorietà italiana. 

Così lessi attentamente il Corriere mentre la metamorfosi aveva luogo. 

Mi piacciono i giornali italiani perché dicono proprio quello che vogliono e non solo quello che è più conveniente dire. 

(...) I giornali italiani danno l'impressione di essere stati scritti da uomini, e non da eunuchi calcolatori.

(...) Cominciò a piovere.

E allora ci fermammo in una stazione dove non ci saremmo dovuti fermare, da qualche parte in Maremma (...)

(...) Se ne stava lì, nella pioggia.

Oh espresso! 

E finalmente si riparte, fino a che ci troviamo a serpeggiare per gli strani, lunghi avvallamenti della Campagna romana.

Lì i pastori badavano alle pecore: le merino dal piede sottile.

In Sardegna le merino erano molto bianche e brillanti (...)

(...) Ma queste della Campagna non erano più bianche, ma sporche. [...]


[...] Così ci avviciniamo alla distesa senza speranza della Roma moderna, sopra il giallo Tevere, oltre la famosa tomba a piramide, costeggiando le mura della città, finché ci immergiamo, nella ben nota stazione (Termini), fuori dal caos.


Siamo in ritardo.

È mezzogiorno meno un quarto.

Devo scendere e cambiare i soldi [...]


[...] Il treno per Napoli è lì pronto.

Ci gettiamo dentro le nostre borse (...) poi io volo in città mentre l’ape regina compra il cibo e vino al ristorante della stazione.

(...) Roma si sente come sempre: festaiola e niente affatto incline a curarsi di qualche cosa. [...]


[...] Qualcuno ha percosso la ruota di un vagone con due colpi sonori di martello. [...]


[...] Lo sportello viene chiuso, siamo seduti, il treno esce dalla stazione. (...)

(...) Siamo fuori nella campagna invernale, dove le messi stanno crescendo.

Lontano sulla sinistra vediamo le colline di Tivoli, e pensiamo all’estate che è passata, al caldo, alle fontane di Villa d’Este.

Il treno si muove pesantemente nella Campagna, verso i Monti Albani (Colli Albani), verso casa.




TIVOLI è un comune della città metropolitana di Roma Capitale nel Lazio i cui abitanti son detti Tiburtini o Tivolesi.

La via Tiburtina incomincia a salire vivamente, con molte serpentine, il colle di Tivoli, fitto di bellissimi, annosi ulivi. 

Al di sopra della fascia di verde si scorge la città. 

Oltrepassati a sinistra e a destra, ruderi romani, si entra in Tivoli, sita a 235 m slm, pittoresca città situata sull'Aniene e appoggiata alle propaggini settentrionali dei Monti Tiburtini. 

Rinomata fin dall'antichità per la sua felice posizione presso le cascate dell'Aniene e per la salubrità del clima.


«In questi giorni sono stato a Tivoli ed ho ammirato uno degli spettacoli naturali

più superbi.

La cascata colà, con le rovine e con tutto l'insieme del paesaggio, sono cose la cui conoscenza ci arricchisce nel più profondo dell'anima

Johann Wolfgang von Goethe

(continua ascoltando il podcast qui sotto)


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I COLLI ALBANI (o Monti Albani) sono un gruppo di rilievi montuosi, appartenenti all'AntiAppennino laziale, che si innalzano nella campagna romana a sud-est di Roma, costituiti dalla caldera e dai coni interni di un vulcano quiescente: si tratta del cosiddetto Vulcano Laziale, attorno al quale si sviluppa la zona dei Castelli Romani. 


Originario del Quaternario, ha protratto le sue eruzioni fino a poche migliaia di anni fa e ne rimangono tracce ben visibili nei laghi Albano e di Nemi, formatisi da due dei suoi numerosi crateri; sfiorano i 1.000 metri di quota con i coni di scorie di Monte Cavo (950 m) e Maschio delle Faete (956 m). (continua ascoltando il podcast qui sotto)


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[...] Metà del viaggio è trascorsa.

Ma sì, c’è il monastero sulla sua collina!

In un momento di pazzia suggerisco di scendere e trascorrere la notte a Montecassino, e visitare l’altro amico, il monaco che sa così tanto del mondo, vivendone fuori.

Ma l’ape regina rabbrividisce pensando alla freddezza invernale di quel massiccio monastero di pietra, che non ha traccia di impianto di riscaldamento.

E quindi il progetto viene fatto cadere, e alla stazione di Cassino scendo semplicemente per procurare del caffè e dei dolci.

Hanno sempre delle buone cose da mangiare alla stazione di Cassino [...]




CASSINO (San Germano fino al 1863) 40 m slm, è un comune della provincia di Frosinone nel Lazio, i cui abitanti son detti Cassinati.

La strada contorna, piegando a Nord, lo sperone, in parte roccioso, su cui sorge l'Abbazia di Montecassino.

Cassino, di aspetto moderno situata sul fiume Ràpido, affluente del Liri. 

Essa è stata ricostruita dopo la seconda guerra mondiale a breve distanza dal vecchio centro che si trova proprio alla base del colle su cui sorge la celebre Abbazia, totalmente distrutto nel corso delle operazioni belliche.

Fu per secoli il centro amministrativo della Terra di San Benedetto, ed è parte della regione storica di Terra di Lavoro che per la gran parte appartiene alla Campania, infatti è l'ultima città verso sud della Valle Latina e si sviluppa ai piedi del monte che chiude infatti la valle e su cui sorge la celebre Abbazia di Montecassino, lungo un percorso storicamente strategico per le comunicazioni tra il centro e il sud d'Italia.

Pressoché totalmente distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e per questo nota anche come la Città Martire, è stata totalmente ricostruita nel dopoguerra. (continua ascoltando il podcast qui sotto)


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[...] Dopo Cassino l’eccitazione di trovarsi al nord comincia veramente a evaporare.

La pesantezza del sud scende sopra di noi. [...]


[...] potremmo passare la notte a Napoli: o addirittura rimanere seduti su questo treno che va avanti, per tutta la lunga lunga notte, fino allo stretto di Messina. 

(...) Sonnecchiando, ci si rende conto della gente che ci sta intorno. (pensare che per la maggior parte delle persone neanche da sveglio avviene questo; la realtà è che Lawrence ha una ipersensibilità e curiosità che lo predispone)

Viaggiamo in seconda classe.

Di fronte c’è una persona giovane, sulle sue tipo maestra di scuola con un pince-nez (pinze per naso) [...]


[...] Poi un ufficiale di marina di basso grado.

L’ufficiale di marina viene da Fiume, ed è morto dal sonno e forse dalla umiliazione.

D’Annunzio ha appena rinunciato. (l'impresa di Fiume fu un episodio del periodo interbellico, che consistette nell'occupazione della città di Fiume, contesa tra il Regno d'Italia ed il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, da parte di reparti ribelli del Regio Esercito italiano; l'intento fu quello di proclamare l'annessione della città all'Italia forzando in tal modo la mano ai delegati delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale, all'epoca impegnati nella Conferenza di pace di Parigi. 

La spedizione fu capeggiata dal poeta Gabriele D'Annunzio e organizzata da una coalizione politica guidata dall'Associazione Nazionalista Italiana, cui parteciparono esponenti del Mazzinianesimo, del Futurismo e del Sindacalismo rivoluzionario. 

L'occupazione iniziò il 12 settembre 1919 e durò 16 mesi con alterne vicende, tra cui la proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro. 

Quando i ribelli si opposero al Trattato di Rapallo, il governo italiano sgombrò la città con la forza durante il Natale 1920, per permettere la creazione dello Stato libero di Fiume) [...]


[...] Ma un giovanotto (...) Venne giù per il corridoio lento (...) e su ogni grande finestrino opaco di vapore, scarabocchiò col dito: W D’ANNUNZIO GABRIELE, W D’ANNUNZIO GABRIELE.

Il soldato malato rise flebilmente, dicendo alla maestrina: «Oh sì, sono dei tipi in gamba. 

Ma era una follia.

D'Annunzio è un poeta del mondo, una meraviglia del mondo, ma Fiume è stato un errore, capisce. 

E questi giovani devono imparare la lezione. 

Sono andati al di là delle loro forze.

Oh, il danaro non gli manca.

D'Annunzio aveva vagoni di danaro lì a Fiume, e non era affatto avaro».

La maestrina, che era un tipo sveglio, fece una piccola disquisizione per mostrarci perché era stato un errore, del quale ne sapeva di più del poeta e meraviglia del mondo. [...]


[...] Poi parlarono di pensioni: e ben presto si arrivò al vecchio argomento. 

La maestrina aveva le cifre pronte, proprio come una maestria dovrebbe. 

Ma sì, un controllore, l'uomo che fora i biglietti sul treno, adesso prendeva dodicimila lire l'anno: dodicimila lire. Mostruoso! 

Mentre il professore altamente qualificato, con tutta la sua preparazione e i suoi diplomi, ne prendeva cinquemila.

Cinquemila a un professore qualificato e dodicimila a un foratore di biglietti.

Il soldato era d'accordo, e citò altre cifre. 

Ma la ferrovia era l'ingiustizia più straordinaria. [...]


[...] L'ufficiale di Marina, che si accasciava nelle più portentose posizioni, ubriaco di sonno, scese a Capua per salire su un trenino che lo riportava indietro alla sua stazione, dove il nostro treno non si era fermato. 

A Caserta scese il soldato malato. [...]




CAPUA è un comune della provincia di Caserta in Campania, i cui abitanti son detti Capuani.

Vivace antica cittadina, in pittoresca posizione in un'area del fiume Volturno, cinta in parte da bastioni cinquecenteschi, interessante per ricordi storici, patrimonio monumentale e per il portante museo. 

È notevole centro agricolo ed industriale (alimentari, latticini, farmaceutica, mobile, meccanica).


Fondata dai Longobardi sul sito dell'antica Casilinum romana in seguito alla distruzione dell'antica Capua prima e di Sicopoli poi, è stato il più grande e importante centro di Terra di Lavoro fino alla fine del 1700 e più in generale una delle maggiori città del Regno di Napoli, in virtù della sua posizione strategica sul fiume Volturno e sulle antiche Via Appia e Via Casilina.



La sua posizione favorevole e la protezione naturale data dal fiume hanno fatto sì che diventasse prima capitale del principato di Capua, uno stato autonomo esistito per circa quasi 300 anni, e poi un centro di notevole rilevanza strategica per tutti i regnanti dell'Italia meridionale. 

Proprio per questo fu città demaniale, quindi non soggetta ad alcun dominio feudale; ha assunto ben presto le caratteristiche di città fortificata con possenti mura, ampi fossati e due castelli a protezione della cinta muraria, rivestendo, insieme a Civitella del Tronto e soprattutto Gaeta, il ruolo di città-fortezza fondamentale ad ingresso e protezione delle terre settentrionali del regno napoletano.


Città d'arte e di studi, oltre che di considerevole tradizione militare, è sede dell'antica arcidiocesi di Capua fin dal suo trasferimento sulle rive del Volturno nell'856, avendo accolto in assoluta continuità la tradizione civile e religiosa della Capua Vetere. 

È inoltre nota per il "Placito Capuano", uno tra i più antichi documenti scritti in volgare italiano (il Placito più antico riguardava una lite sui confini di proprietà tra il Monastero di Montecassino e un piccolo feudatario locale, Rodelgrimo d'Aquino. 

Con questo documento tre testimoni, dinanzi al giudice Arechisi, deposero a favore dei Benedettini, indicando con un dito i confini del luogo che era stato illecitamente occupato da un contadino dopo la distruzione dell'Abbazia nell'885 da parte dei saraceni.

La formula del Placito Capuano fu inserita nella stessa sentenza, scritta in latino, e ripetuta per quattro volte.

Il Placito Capuano appartiene ai quattro Placiti Cassinesi, conosciuti anche come "Placiti Campani", quattro testimonianze giurate - registrate tra il 960 e il 963 - sull'appartenenza di alcune terre dei Monasteri Benedettini di Capua, Sessa Aurunca e Teano, che rappresentano i primi documenti di un volgare italiano e campano, scritti in un linguaggio che vuol essere ufficiale e dotto.



Oggi la città è parte della densa conurbazione casertana che proprio qui nasce e che si estende fino a Maddaloni; al contempo è parte anche della vasta e fertile pianura chiamata Terra dei Mazzoni, mentre è strettamente connessa con alcuni centri dell'Agro Caleno. (continua ascoltando il podcast qui sotto)


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CASERTA è comune capoluogo dell'omonima provincia in Campania, i cui abitanti son detti Casertani.


È una città vivace ed animata dalle vie rettilinee, situata al margine di una ricca pianura, ai piedi della catena collinosa culminante a nord-ovest nel Monte Tifata.

Notevole centro agricolo, commerciale e industriale con importante flusso turistico di passaggio.

È nota soprattutto per la sua superba ed imponente Reggia Borbonica col grandioso parco, fatti costruire nel 1700 dai Borboni, che, insieme al Belvedere Reale di San Leucio e all'Acquedotto Carolino, sono inseriti dal 1997 nel patrimonio dell'umanità dell'Unesco. (continua ascoltando il podcast qui sotto)


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[...] Ora avevamo due alternative: trascorrere la notte a Napoli, o restarcene seduti per tutta la notte e il mattino successivo, e arrivare a casa, con l'aiuto del cielo, nel primo pomeriggio. 

Anche se per questi treni a lungo percorso sei ore di ritardo sono una cosa da niente. (siamo nel 1921 e solo l’anno dopo salirà al potere Mussolini e c’è chi dice che sotto il fascismo i treni arriveranno puntuali

Ma eravamo già stanchi. 

Come saremmo stati dopo altre ventiquattro ore seduti, solo il cielo lo sa.

E ancora lottare per un letto in un albergo di Napoli stanotte, nella pioggia, con tutti gli alberghi attualmente stipati di stranieri, non era una prospettiva rosea. 

Oh povero me! [...]


[...] Eravamo inglesi? 

Ci chiese la maestrina. 

Si. 

Ah, gran bella cosa essere inglesi in Italia ora. 

Perché? ... A causa del cambio. 

Voi inglesi, col cambio della vostra moneta, arrivate qui e comprate tutto per niente, prendete il meglio di tutto, e col vostro denaro non lo pagate nulla. 

Mentre noi poveri italiani, noi paghiamo tutto caro a un prezzo esagerato, e non possiamo avere nulla. [...]


[...] Lei si sbaglia, dissi alla maestrina. 

Per nessun motivo noi in Italia viviamo con niente. 

Anche col cambio a centotre, non viviamo qui con niente. 

Noi paghiamo, e paghiamo salato per tutto ciò che abbiamo in Italia: e voi italiani fate in modo che noi paghiamo. 

Come! 

Mettete tutte le imposte sugli stranieri, e poi ci dite anche che viviamo qui con niente.

E io le dico che potrei vivere altrettanto bene in Inghilterra, con lo stesso danaro, forse meglio. [...]


[...] Alcune cose sono meno care qui, il treno costa un po' meno, ed è infinitamente più fastidioso. 

Viaggiare di solito è un supplizio. 

Altre cose, vestiti di ogni tipo, e una gran quantità di cibo sono anche più cari qui che in Inghilterra, anche considerando il cambio. [...]


[...] E qui una parola del tranquillo giovanotto che era salito a Caserta. 

«Sì», disse, «sì. Io dico che ogni nazione paga nella sua moneta, indipendentemente dal cambio. 

E tutto funziona più o meno allo stesso modo». (Un dialogo interessante pensando agli effetti benefici della transizione dalle monete locali all'euro che vennero stabilite dalle disposizioni del Trattato di Maastricht del 1992 relative alla creazione dell'Unione economica e monetaria e pensando ai problemi economici e sociale dell'Inghilterra causati dalla Brexit) [...]


[...] Ma io mi sentivo in collera.

Devo forse sempre farmi buttare il cambio in faccia, come se fossi un ladro.

Ma la donna insisteva.

«Ah», disse, «noì italiani, siamo così simpatici, siamo così buoni, non sono buoni come noi».

(...) E per quanto riguarda la bontà italiana, questa oggi forma una base salda e incrollabile per la loro estorsione e il malanimo e l'auto-giustificazione. [...]


[...] Era sera quando arrivammo in quella stazione immensa e ladresca (la stazione di Napoli).

Circa le cinque e mezza.

Non eravamo molto in ritardo. [...]




Napoli (Napule in napoletano) è comune capoluogo della regione Campania, dell'omonima città metropolitana e centro di una delle più popolose e densamente popolate aree metropolitane d'Europa, i cui abitanti si chiamano Napoletani dal nome di rifondazione Neapolis o Partenopei dal nome di fondazione Parthènope. 


Fondata dai cumani nell'800 a.C., fu tra le città più importanti della Magna Grecia e giocò un notevole ruolo commerciale, culturale e religioso nei confronti delle popolazioni italiche circostanti.

Dopo il crollo dell'Impero romano, nel 700 d. C. la città formò un ducato autonomo indipendente dall'Impero bizantino; in seguito, dal 1200 e per più di cinquecento anni, fu capitale del Regno di Napoli; con la Restaurazione divenne capitale del Regno delle Due Sicilie sotto i Borbone fino all'Unità d'Italia.


È all'origine di una forma distintiva di teatro, di una canzone di fama mondiale e di una peculiare tradizione culinaria che comprende alimenti che assumono il ruolo di icone globali, come la pizza napoletana, e l'arte dei suoi pizzaioli che è stata dichiarata dall'UNESCO patrimonio immateriale dell'umanità. (continua ascoltando il podcast qui sotto)


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[...] Così scendemmo e corremmo lungo il treno fino alla carrozza per Siracusa.

(...) Certamente non abbastanza spazio per potersi distendere un po’.

Non potevamo rimanere seduti stretti per altre ventiquattr’ore.

Così decidemmo di andare al porto, e di camminare. [...]


[...] E così eccoci là, con lo zaino sulla mia spalla e il cucinotto in mano all’ape regina, a precipitarci fuori da quella tre volte maledetta e irritante stazione, e a correre per il nero abisso bagnato di una notte napoletana, nella pioggia letta.

I vetturini ci guardano. 

Ma il mio zaino si salva. 

Sono stufo di quel boa constrictor, è un vetturino napoletano dopo che si è fatto buio. 

Il giorno c'è più o meno una tariffa. 

C’è circa un miglio dalla stazione al molo dove sta la nave. [...]


[...] Ci precipitiamo avanti nell'irreale semioscurità di questa grande città incontrollata.

Dalle case non proviene alcuna luce, solo le piccole lampade elettriche delle strade. [...]


[...] Ci trasciniamo lungo quella striscia di selciato che si stende come un istmo tra le immense, nere sabbie mobili di quella strada del porto.

Si sente il pericolo tutto intorno. [...]


[...] Ma adesso dov’è quel piccolo buco dove si prendono i biglietti?

Siamo lontani da tutto in questa giungla deserta dell'oscurità del porto.


Un uomo ci indirizza oltre l'angolo, e non ci chiede neanche del danaro.

È di nuovo lo zaino.

Così, ecco, vedo il capannello di uomini (...)

(...) io mi lancio nella mischia.

È letteralmente una lotta. 

(...) Non ci sono le traverse per la fila, non c'è ordine: solo un buco in un muro spoglio e trenta individui, per la maggior parte militari, che gli si pigiano contro in massa. (...)


(quello che segue è una divertente scenetta italiana, con l’altrettanto divertente quanto oggettivamente realistico racconto del metodo da usare per arrivare ad ottenere un diritto, cercando al contempo di non farsi derubare in Italia)


(...) Ma l’ho già fatto prima.

Il sistema è di inserire l'estremità più sottile di sé stessi e, senza alcuna violenza, con pressione decisa e pertinacia giungere alla meta.

Una mano deve essere tenuta ben salda sulla tasca col danaro, e una deve essere libera per afferrare il lato dello sportello quando ci si arriva.

E così, si viene triturati in minuscoli pezzetti in quei mulini di Dio: Demos che lotta per i biglietti. 

Non è molto piacevole, così vicini, così incomparabilmente stritolati.

E mai neppure per un secondo si deve allentare la guardia al proprio orologio e al danaro e perfino al fazzoletto. 

La prima volta che venni in Italia dopo la guerra fui derubato due volte in tre settimane, mentre giravo galleggiando nella dolce vecchia innocente fiducia nel genere umano.

Da allora non ho mai cessato di stare in guardia.

In un modo o nell'altro, da svegli o nel sonno lo spirito deve sempre stare in guardia oggigiorno. 

Ed è veramente quello che preferisco, ora e ho imparato. 

La fiducia nella bontà del genere umano è veramente una protezione molto tenue. [...]


[...] chiedo gridando due in prima classe.

Da dentro l’impiegato mi ignora per un po’, mentre serve i soldati.

Ma se restate lì in piedi come nel mondo del giudizio raggiungete il vostro scopo.

Due in prima dice l'impiegato.

Marito e moglie, dico io, nel caso ci sia una cabina con due cuccette.

Battute alle spalle.

Ma ottengo i biglietti.

Impossibile mettere la mano in tasca.

I biglietti costano circa centocinque franchi ciascuno.

Tenendo stretto il resto in banconote e gli scontrini verdi, con un ultimo ansimo vengo fuori dal groviglio.

Così ce l’abbiamo fatta. (...)

(...) Così adesso capite come bisogna lottare.

Devo dire a favore di queste folle dense e combattive, che sono solo animate, non violente e per niente brutali. [...]


[...] Scattiamo nella pioggia scrosciante verso la nave.

E in due minuti siamo a bordo.

E guarda, ciascuno di noi ha una cabina sul ponte, io una tutta per me, l’ape regina ha la sua accanto.

Sontuosa, non una cabina, ma una vera e propria piccola camera da letto [...]


[...] Ci si poteva lavare completamente, rinfrescarsi e cambiarsi la biancheria.

Meraviglioso!


Il salone è come l’atrio di un albergo (...) gente seduta qua e là a chiacchierare.

Un gruppo rumoroso di inglesi in un angolo, molto disinvolti: due tranquille signore inglesi: vari italiani dall’aspetto molto modesto.

E qui si poteva star seduti in pace e riposare, facendo finta di guardare una rivista illustrata. [...]


[...] I camerieri cominciarono a sbattere le tovaglie bianche e a preparare i tavoli più vicini alle pareti.

La cena avrebbe avuto inizio  alle sette e mezza, subito dopo la partenza. [...]


[...] scegliemmo un tavolo per conto nostro, perché nessuno dei due voleva compagnia. (strano ma vero, lui ama gli incontri)

Così ci sedemmo davanti ai piatti e alle bottiglie di vino e sospirammo nella speranza di un pasto decente.

Tra parentesi, il cibo non è incluso nei centocinque franchi.

Ahimé, non dovevamo rimanere soli: due giovani napoletani, affabili, tranquilli, biondi o quasi.

Erano bene educati, ed evidentemente di estrazione settentrionale.

In seguito scoprimmo che erano gioiellieri.

Ma mi piacevano i loro modi tranquilli, gentili.

La cena cominciò e avevamo appena finito la minestra quando arrivò impettito un altro giovanotto, piuttosto ben piantato e rumoroso, un commesso viaggiatore, di sicuro.  [...]


[...] Non che un anello significhi qualcosa.

Qui la maggior parte degli uomini ne porta parecchi, tutti massicciamente ingioiellati.

Se ci credesse a tutti i gioielli, beh allora l’Italia sarebbe più favolosa della favolosa India.

Ma il nostro amico il chiassone era elegante, e puzzava di contanti.

Non danaro ma contanti.

Ebbi sentore di cosa mi aspettava quando passò il sale e disse in inglese: «Salt, thank you». [...]


[...] «Oh» esclamò lei (la moglie di Lawrence si rivolge al “chiassone” commesso viaggiatore) «lei parla inglese?».

«Si-i. Un po’ d’inglese ... Parlo»

In realtà sapeva una quarantina di parole sconnesse.

Ma il suo accento per queste quaranta parole era così buono.

Non parlava inglese, imitava una voce inglese quando emette suoni.

E l’effetto è sbalorditivo. [...]


[...] Era commesso viaggiatore per un certo tipo di macchina, e faceva la Sicilia.

Tra breve, sarebbe andato in Inghilterra, e chiese tutto sugli alberghi di prima categoria. [...]


[...] La cena era finita e il chiassone offriva sigarette a profusione: Muratti, prego. [...]


[...] Era comico, e non si poteva fare a meno di ridere: e anche molto impertinente.

Chiamò il cameriere, lo prese per un’asola e, con un’intimità affettuosa, chiese se c’era del whisky. [...]


[...] In un momento di tregua fui in grado di sbirciare attraverso la finestra e vedere le fioche luci di Capri, il baluginio di Anacapri su nell’ombra scura, il faro.

Avevamo superato l’isola.

Nel mezzo di quella babele mandai un pensiero ad alcune persone sull’isola. [...]




Capri è un'isola nel Golfo di Napoli, appartenente all'arcipelago campano, situata di fronte alla penisola sorrentina. 

Ha due comuni: l’omonimo dell’isola Capri con i suoi Capresi ed Anacapri con gli Anacapresi.

Nome latino Capreae, greco Καπρέαι, probabilmente trasposizione di un originario toponimo italico (osco).

Nell'isola vi sono numerose architetture religiose e civili di interesse storico. 

Diversi resti archeologici testimoniano la presenza degli antichi romani sull'isola. 

È, infatti, detta anche l’Isola dell’Imperatore in quanto c’è un’altra Villa di Tiberio che ritroviamo dopo quella già vista a Sperlonga.

L'ambiente naturale è caratterizzato da diverse grotte e picchi rocciosi.

«In nessun luogo al mondo ci sono tante occasioni di deliziosa quiete come in questa piccola isola» - scriveva Charles Dickens più di un secolo fa, e vero ancora oggi.

Dai Faraglioni al Salto di Tiberio, al mare luccicante di Marina Piccola e Marina Grande, tutto a Capri invita al relax, a una vita dolce e lenta, votata al godimento delle bellezze della natura sotto il sole tiepido del Mediterraneo, immersi nella macchia mediterranea. (continua ascoltando il podcast qui sotto)


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Anacapri (Ronnacràpe in napoletano) è uno dei due comuni (il più esteso) nei quali si divide amministrativamente l'isola di Capri abitato dagli Anacapresi.

Situato sull'isola di Capri, sorge sul fianco settentrionale del monte Solaro (che, con 589 m, è la massima vetta dell'isola); una seggiovia collega l'abitato con la vetta del monte, da dove lo sguardo spazia su un vastissimo panorama, dal Golfo di Napoli al Golfo di Salerno. (continua ascoltando il podcast qui sotto)


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[...] Ancora una volta il chiassone aveva ripreso il suo tema sull’Inghilterra, l’Italia, la Germania. [...]


[...] E ah, sì, gli inglesi vivevano in Italia. (...) Sì per loro era molto piacevole. (...) Ma gli inglesi, cosa poteva esserci di meglio per loro dell’Italia adesso: avevano il sole, avevano il caldo, avevano tutto in abbondanza, avevano a che fare con un popolo affascinante e avevano il cambio! [...]


[...] «Oh, sì», dissi, «è molto piacevole stare in Italia: specialmente se non vivete in un albergo, e dovete occuparvi di tutto da soli.

È molto piacevole pagare troppo ogni volta e poi essere insultati se dite una parola. È piacevole avere il cambio sbattuto in faccia, se dite due parole a un italiano, anche a un perfetto estraneo.

È molto piacevole avere camerieri e negozianti e facchini che ti scherniscono, di cattivo umore, e ti insultano tutto il tempo in piccoli modi meschini. 

È molto piacevole sentire quello che tutti sentono per te.

E se capisce abbastanza italiano, è molto piacevole sentire quello che dicono appena sei passato. 

Molto piacevole. Molto piacevole davvero!» [...]


[...] «Ma no, signore. Ma no. Cosa glielo fa dire. 

Ma come, noi italiani siamo così buoni. Siamo così buoni.»

Erano le stesse identiche parole della maestrina (che poco prima si era espressa nello stesso modo). 

«Buoni», dissi io, «sì, forse. Buoni quando non si tratta di cambio e di soldi. Ma poiché è sempre una questione di cambio e di soldi, oggi, si viene sempre insultati in qualche modo. 

(...) Comunque gli italiani non possono mai sopportare la dura amarezza (realtà)» [...]


[...] Ah, esclamò il chiassone, se solo ci fosse un pianoforte!

C'è un piano, disse il tuo compare. 

Sì, replicò lui, ma è chiuso a chiave.

E allora cerchiamo la chiave, disse il suo compare, con aplomb. 

I camerieri, essendo uomini con gli stessi sentimenti dei nostri due, gli avrebbero dato qualunque cosa. 

Così la chiave stava per arrivare. 

Pagammo i conti, il mio era di circa settanta Franchi. [...]


[...] Il nostro chiassone si sedette sullo sgabello del pianoforte e ci fece un’esibizione. 

Abbozzò dei rumori sul piano, degli schizzi, come acqua che schizza da un secchio. [...]


[...] Evidentemente aveva molto sentimento per la musica: ma molta poca maestria. [...]


[...] Conosceva quattro brani e qualche strimpellatura, niente di più. (Insomma uno spaccone che conosceva la musica, allo stesso modo di come millantava di conoscere le lingue padroneggiando quaranta termini d’inglese, francese e tedesco) [...]


[...] Il mattino arrivò con molti frammenti di nuvole: e la costa siciliana torreggiava azzurro-chiaro, in lontananza. 

Come deve essere stato meraviglioso per Ulisse avventurarsi in questo Mediterraneo e aprire gli occhi su tutta la bellezza delle alte coste. 

Come deve essere stato magnifico entrare furtivamente con la nave in questi porti magici. 

C’è un qualcosa che ha eternamente il fascino del mattino in queste terre quando si ergono dal mare. 

Ed è sempre l’Odissea che torna alla mente quando le si guarda. 

Tutta l'incantevole meraviglia del mattino di questo mondo, ai tempi di Omero!


Il nostro chiassone si agitava sul ponte [...]


[...] Ben presto vedemmo gli altri.

Ma era mattina e io semplicemente non avevo voglia di parlar con loro, tranne per il buon giorno. [...]


[...] Così aspettammo che la grande Città di Trieste (il nome della nave) entrasse nel porto di Palermo.

Sembrava così vicino, la città, lì, il grande cerchio del porto, la massa delle colline che si affollavano intorno. 

Panormus, il Tutto-porto (l’antico nome di Palermo datole dai Romani).

Avrei voluto che il grosso vapore facesse in fretta.

Perché adesso lo odiavo. 

Odiavo la sua eleganza vistosa, sembrava fatta per commessi viaggiatori con contanti.

Odiavo il grande quadro che riempiva un'estremità del salone: una contadina elegante e perfetta, una specie di Italia, che passeggia sull'orlo di un incantevole e perfetta scogliera, tra miriadi di fiori, portando su un braccio, in un modo estremamente sofisticato, un ramo di mandorlo in fiore e un mazzo di anemoni. Odiavo i camerieri e quell’eleganza da quattro soldi, quel de luxe dozzinale.

Non mi piaceva la gente, che aveva tirato fuori il lato peggiore, unto di contanti su questa nave. 

Volgare, volgare spirito commerciale del dopoguerra e puzzo di soldi di pescecane (inteso come affarista nel senso deleterio del termine). 

Desideravo ardentemente di scendere.

E la tronfia nave si faceva strada così lentamente nel porto, e poi ancora più lentamente girò la sua grossa poppa.

E perfino allora fummo lasciati per quindici minuti che qualcuno mettesse la passerella per la prima classe. 

La seconda classe, naturalmente, stava già riversandosi fuori e scomparendo come neve sciolta tra la folla di astanti sulla banchina, molto prima che a noi fosse permesso di scendere.


Felice, ero felice di scendere da quella nave: non so per quale motivo, dato che era pulita e comoda e gli addetti erano perfettamente civili. 

Felice, ero felice non dover più dividere il ponte con altri commessi viaggiatori. 

Ero felice di essere solo, indipendente.

(...) Mi portai lo zaino in spalla fino ad un albergo, guardando con occhio ostile il traffico letargico davanti al porto.

Erano circa le nove. 


Più tardi, quando ebbi dormito, pensai come avevo già pensato in precedenza, che gli italiani non sono da biasimare per il loro malanimo verso di noi.

Noi, l’Inghilterra, abbiamo preso da tanto tempo sulle nostre spalle il ròle di nazione più importante. [...]


[...] Se uno si assume il compito di guida, si deve aspettare che gli lascino addosso il fango se conduce in una palude nauseante. 

Specialmente se, una volta nel pantano, non pensa ad altro che a venirne fuori passando sulle schiene degli altri poveri diavoli. 

Un bel comportamento da parte delle grandi Nazioni! 

E ancora, nonostante ciò, devo insistere che io sono un singolo essere umano, un individuo, non una semplice unità nazionale, una semplice scheggia dell'Inghilterra o dalla Germania. 

Non sono una scheggia di nessun vecchio blocco nauseante. 

Io sono me stesso.


Alla sera l'ape regina insistette per andare a vedere le marionette, per le quali ha una passione sentimentale.

Così tutti e tre - eravamo ancora una volta con l'amica americana - andammo a caccia per le scure tortuose stradine laterali e i mercati di Palermo nella notte, finché finalmente un uomo gentile ci condusse sul posto.

Le strade interne di Palermo sembravano amichevoli, non enormi e piuttosto orribili, come a Napoli vicino al porto. 

Il teatro era un buchetto che si apriva semplicemente sulla strada. [...]




PALERMO (Palermu in siciliano, Palièmmu, Palèimu, Palèrmu o Palìaimmu in dialetto palermitano) capoluogo dell'omonima città metropolitana della Regione Siciliana, i cui abitanti sono detti Palermitani.


La città sorge all'interno di una pianura di circa 100 km² (la Conca d'Oro) stretta tra il golfo e i monti calcarei, che prendono nome dalla città.



Il sito è abitato sin dalla preistoria e la sua lunga storia e il succedersi di numerose civiltà e popoli hanno regalato alla città un notevole patrimonio artistico e architettonico.

Il sito seriale Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale, di cui fanno parte più beni monumentali è stato dichiarato Patrimonio dell'umanità dall'UNESCO nel 2015 e numerosi edifici, tra chiese e palazzi, sono riconosciuti monumenti nazionali.


A Palermo ha sede l'Assemblea regionale siciliana, la più antica assise parlamentare in attività del mondo.

La città ha mantenuto il ruolo di capitale del Regno di Sicilia dal 1130 al 1816 ed è stata protagonista delle rivoluzioni del Vespro nel 1282 e delle rivolte risorgimentali del 1848. (continua ascoltando il podcast qui sotto)

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[...] La storia era l'inevitabile "Paladini di Francia"; si sentivano i nomi Rinaldo! Orlando! in continuazione. 

Ma la storia era raccontata in dialetto, difficile da seguire. 

Ero affascinato dalle figure. 

La scena era molto semplice, mostrava l'interno di un castello. 

Ma le figure, che erano circa i due terzi di un uomo, erano meravigliose nelle loro splendenti, luccicanti armature dorate, e i loro marziali movimenti a saltelli. 

Erano tutti cavalieri, perfino la figlia del re di Babilonia. 

Questa si distingueva solo per i suoi lunghi capelli. 

Erano tutti nella loro meravigliosa armatura brillante, con elmi e visiere che si potevano abbassare a piacimento. 

Mi è stato detto che questa armatura è stata tramandata per molte generazioni. 

È certamente incantevole.


Poi finì tutto.

Il teatro fu vuoto in un attimo, ma i proprietari e due uomini che erano seduti vicino a noi non ci fecero andare via.

Dovevamo aspettare lo spettacolo successivo. 

Il mio vicino, un uomo grasso, gioviale, mi raccontò tutto al riguardo. 

Il suo vicino, un bell'uomo ubriaco, continuava a contraddirlo e a dire che non era così. 

Ma il mio grasso vicino mi fece l'occhiolino, affinché non mi offendessi. [...]


[...] Lui conosceva ogni dettaglio di tutto il ciclo dei Paladini ed è evidente che il ciclo dei Paladini ha molte versioni. 

Infatti il bel vicino ubriaco continuava a dire che si sbagliava, che sbagliava, e ci dava storie differenti, e urlava perché venisse una giuria e decidesse che avesse ragione, lui o il mio grasso amico. 

E quindi una giuria e cominciò a sollevarsi una vera bufera.

Ma il proprietario (...) venne a soffocare il chiasso, dicendo al bell'uomo ubriaco che lui sapeva troppo e nessuno glielo aveva chiesto. 

Al che l'ubriaco mise il broncio. [...]


[...] Chiedo al mio grasso amico perché non ci sono donne, ragazze.

Disse lui, il teatro è così piccolo.

Ma, dico, se c'è spazio per tutti quei ragazzi e quegli uomini, c’è lo stesso spazio per ragazze e donne.

Oh no, non in questo piccolo teatro. 

E poi, questa non è roba per donne.

Non che ci sia niente di sconveniente, si affretta ad aggiungere. 

Proprio niente. 

Ma che cosa ci farebbero donne ragazze allo spettacolo di marionette. 

Era una cosa da uomini. [...]


[...] Ma zitti!

lo spettacolo sta per iniziare.

Un ragazzino sta girando la manovella di un organetto tutto rotto sotto il palcoscenico.

Il padrone urla Silenzio! [...]


[...] Quando il sipario si alza l’organetto si ferma, e si fa un silenzio di tomba. [...]


(Qui Finisce lo spettacolo e con esso il racconto del viaggio


[...] Ma è finito. 

Tutto è finito. 

Il teatro si svuota in un attimo.

E io stringo la mano al mio grasso vicino, affettuosamente, e nel giusto spirito. 

Li ho amati veramente tutti nel teatro: il sangue meridionale, generoso, ardente, così sottile e spontaneo, che chiede il contatto fisico, non la comunione mentale o la simpatia dello spirito. 

Mi dispiaceva lasciarli. [...]


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