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Minoranze Etniche e Linguistiche d’Italia


L'etimologia della parola Dialètto: dal latino tardo dialectos, greco διάλεκτος «lingua», derivazione di διαλέγομαι ovvero "parlare, conversare" che trae da dialego[mai] discorro, converso, discuto; o anche dialexis disputa, diàlogos dialogo, composto della particella DIÀ fra e LÈGO dico. Il termine dialetto indica, a seconda dell'uso: una varietà di una lingua, un idioma locale che ha perduto autonomia rispetto ad un altro divenuto socio-politicamente dominante e riconosciuto come ufficiale (detto anche "lingua tetto"), con cui spesso ha una certa affinità e origini simili. Questa seconda accezione viene spesso usata nella sociolinguistica italiana, in analogia al francese patois [pur senza una formale definizione linguistica, il termine patois (pronuncia /pa'twa/), è usato per descrivere una lingua considerata non regolare che deriva dal francese antico patoier, che significa gesticolare, da patte = zampa] per riferirsi ai dialetti italiani, derivati dal latino. L'uso del termine dialetti per riferirsi alle lingue regionali italiane è talvolta contestato in quanto lascerebbe intendere un minor prestigio e dignità rispetto all'italiano standard.

Altri apprezzano il termine come utile strumento di analisi per chi a vari livelli lavora per il salvataggio delle lingue minoritarie e regionali, che per sopravvivere devono liberarsi dal proprio stato di "dialetto", ovvero di lingue "dialettizzate".


Ma quanti Italiani sanno dell’esistenza di un’Italia minore con la M maiuscola fatta di Borghi e popolazioni d’antico radicamento, presenti da secoli sul territorio in cui sono insediate, diverse quanto ricche di cultura e tradizioni e tutelate dallo Stato.

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Ma quante e quali sono le minoranze etnico linguistiche presenti in Italia? 

Un computo in tal senso non è affatto semplice, e va ricordato preliminarmente che, riferendosi a tale categoria, la legislazione italiana [Legge n. 482/1999 Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche] fa esclusivo riferimento a quelle di antico radicamento



In base alla Legge viene comunque tutelata in Italia “la lingua delle popolazioni”:


- Albanesi, o Arbëreshë‎, in Italia meridionale (tra le 70 e le 100.000 persone), come conseguenza di antiche migrazioni verificatesi fra il 1400 e il 1700 in alcune decine di Comuni sparsi dalla Sicilia alla Calabria (dove vi è la maggiore concentrazione), dalla Basilicata alla Campania, dalla Puglia al Molise e all’Abruzzo



- Germaniche, lungo l’arco alpino, in una varietà di situazioni storiche e sociolinguistiche


- Greche, o Grecaniche, in cui si parla il greco antico o grico, in Aspromonte (Calabria) e nel Salento (Puglia)


- Slovene (circa 60.000 persone) lungo il confine orientale in provincia di Trieste e di Gorizia, compresa una parte delle popolazioni dei 2 capoluoghi. 

In provincia di Udine, lungo la frontiera, si parlano dialetti slavi dei quali la popolazione locale tende ad affermare l’originalità rispetto allo sloveno standard


- Croate (circa 3.000 persone) in 3 piccoli centri del Molise;


- Catalane (circa 15.000 persone) ad Alghero in Sardegna;


 La legge parla inoltre di popolazioni parlanti


- Francese, intendendo l’uso ufficiale di tale lingua in Valle d’Aosta e il suo utilizzo tradizionale come lingua di cultura in alcuni centri montani della provincia di Torino (ma tali usi non coincidono con un’effettiva diffusione della pratica parlata)


- Francoprovenzale (dalle 50 alle 70.000 persone), che è un insieme di varietà dialettali con caratteri originali, diffuse nell’uso parlato in Val d’Aosta e in parte della fascia montana della provincia di Torino, praticate anche, in seguito a un’antica emigrazione, in 2 piccoli centri della Puglia


- Friulano, praticato in gran parte del Friuli, con un’appendice in provincia di Venezia


- Ladino (circa 30.000 persone) diffuso in alcune valli della provincia di Bolzano (dove la popolazione ha per seconda lingua il tedesco e gode di maggiori prerogative nell’uso delle varietà locali), e in aree delle province di Trento e Belluno (dove lo si parla accanto all’italiano)


- Occitano (dalle 20 alle 40.000 persone) parlato nelle alte valli alpine del Piemonte occidentale tra la Vermenagna e la Val di Susa e (in seguito a un’antica immigrazione) in un comune della Calabria


- Sardo (circa un milione di persone) praticato nelle sue diverse varietà in gran parte della Sardegna, ad esclusione delle isole linguistiche Catalane e Tabarchine e della fascia settentrionale dell’isola, dove prevalgono invece dialetti Còrsi (e per inciso, il Còrso è riconosciuto come lingua minoritaria in Francia ma non in Italia)



Popolazioni o Lingue?


Nell’elenco non è chiaro il discrimine enunciato dalla legge tra la definizione “popolazioni”, che sembra implicare l’ammissione di una diversa appartenenza nazionale, e quella che si riferisce a “popolazioni parlanti una lingua”, per le quali si insiste invece su un’appartenenza meramente linguistica: questa distinzione lascia adito a non poche perplessità: se infatti per una parte dei “Germanici” o degli “Sloveni”, ad esempio, ha senso parlare di un effettivo rapporto di solidarietà culturale e politica con la popolazione di uno Stato diverso da quello Italiano, lo stesso non si può dire dei “Greci”, degli “Albanesi”, dei “Croati” e dei “Catalani” facenti parte di Comunità di lingua Greca, Albanese, Croata e Catalana da secoli radicate in Italia, che storicamente non hanno intrattenuto relazioni coi Paesi d’origine al di là di contatti culturali.



Sotto la denominazione di “Popolazioni Germaniche”, ad esempio, vengono annoverati gruppi linguistici e culturali diversissimi per modalità d’impianto storico, tipologie dialettali, realtà sociolinguistica, oscillando tra la compatta maggioranza “etnica” della popolazione della provincia di Bolzano e i piccoli gruppi sparsi lungo tutta la catena alpina.


Lo Sloveno standard viene sostanzialmente rifiutato come “casa” linguistica da una parte della popolazione di lingua slava della provincia di Udine, sia per motivi di ordine storico-ideologico, sia per l’effettiva distanza tra le arcaiche parlate delle Valli del Resia e del Natisone e il modello che si è venuto elaborando come lingua letteraria dell’attuale Repubblica di Slovenia: come conseguenza di questa situazione, l’enunciazione dell’art. 2 della Legge 482 è stata duramente contestata da gruppi locali che si sono fatti promotori di proposte di legge con le quale si chiede l’ammissione a tutela delle lingue Slave «Natisoniana», «Po-Nasen» e «Resiana» parlate rispettivamente nelle Valli del Natisone, del Torre e del Resia.


Galloitalici del Sud, Tabarchini e Zingari


Alla panoramica illustrata a partire dal testo di legge, occorre inoltre aggiungere quelle realtà minoritarie che per motivi tutt’altro che chiari sono rimaste escluse dall’enumerazione in esso formulata: si tratta di gruppi di popolazione che rappresentano realtà oggettivamente “altre” rispetto al contesto linguistico e culturale nel quale sono inserite, e il cui mancato riconoscimento costituisce una palese violazione dei principi stessi sui quali si basa (o dovrebbe basarsi) la tutela delle minoranze linguistiche. 



Si tratta in particolare delle popolazioni che parlano


- Dialetti Galloitalici” o “alto italiani” (circa 60.000 parlanti) diffusi in Sicilia, Basilicata e Campania, come conseguenza di migrazioni di epoca medievale dall’Italia settentrionale


- Tabarchino (circa 10.000 persone), una varietà di origine Ligure diffusa oggi in 2 centri della Sardegna meridionale, dove è stata trasferita nel corso del 1700 da gruppi di Coloni provenienti dall’Africa settentrionale


Sono parte integrante del patrimonio linguistico italiano anche


- Dialetti Zingari, praticati da una minoranza la cui presenza è storicamente accertata in Italia almeno a partire dal 1400, per quanto incrementata di recente da nuovi flussi migratori.


L’esclusione dei Dialetti Zingari dalle forme di tutela previste dalla Legge Nazionale 482/1999 si basa sul fattore discriminante dall’assenza di un radicamento territoriale di tali varietà, circostanza di per sé ovvia dato il carattere nomade della popolazione interessata; analoghi criteri devono avere comportato l’esclusione dell’Ebraico e dell’Armeno, che non rappresentano peraltro le forme abituali di espressione di Comunità Linguistiche, ma gli idiomi della tradizione culturale e liturgica di altrettante minoranze religiose storicamente radicate in Italia.


Il sito del Miur - Ministero Istruzione Università e Ricerca riporta che le Minoranze Linguistiche riconosciute e tutelate dalla legge sono 12 specificando che:


vicende storiche varie e complesse hanno portato, nel corso dei secoli, allo stanziamento sul territorio dello Stato italiano di numerose Comunità Minoritarie, diverse per lingue, tradizioni culturali e condizioni socioeconomiche. 

Le Comunità di Lingua Minoritaria, presenti in Italia, tradizionalmente vivono:


nelle Regioni di confine, dove partecipano una comune cultura e lingua con le popolazioni dall’altra parte del confine (Valdostani, Germanofoni, Ladini, Sloveni). Le aree del loro tradizionale insediamento godono di differenti livelli di autonomia amministrativa e queste minoranze fruiscono di differenti forme di tutela;

altre Comunità storiche sono disperse per tutto il territorio (Arbëreshë/Albanesi, Greci, Franco-Provenzali, Catalani, Croati, Occitani), la cui tutela appare difficile a causa della esiguità numerica, della dispersione sul territorio, in regioni specifiche, come nel caso della Sardegna e del Friuli Venezia Giulia. 


Nel primo caso, autonomia e diversità, che discendono dall’insularità e dalla condizione storica di isolamento, sono state alla base del riconoscimento del Sardo come lingua da tutelare. 

In Friuli Venezia Giulia la particolare autonomia rispetto ad altri sistemi Italo-Romanzi ha favorito l’identificazione del Friulano fra le lingue minoritarie. (tratto da Le minoranze linguistiche in Italia nella prospettiva dell’educazione plurilingue, Annali della pubblica istruzione 5-6-2006)


(link alla cartina tratta dall’Enciclopedia dell’italiano, diretta da Raffaele Simone, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, vol. II, Roma 2011, pp. 1628-29)


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