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Viaggio in Calabria: Maida

Capitolo 6 - Maida

SINOSSI

Il capitolo inizia ancora da Pizzo, con le vicissitudini patite con le attrezzature alberghiere e conseguenti notti insonni.

Segue una spassosissima descrizione della casa ospitante presso il paese di Maida (clicca qui per conoscere il borgo) e dell'esperienza tragicomica patita nel tentativo di cenare, degna di un canovaccio per una commedia.

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ITINERARIO del CAPITOLO

Pizzo

Maida

Vena (di Maida)

* I testi in colorati di rosso e in corsivo sono mie note e considerazioni

BRANI del Capitolo

[...] Come ho già detto, lo speronare [speronara (o speronièra) dal siciliano spirunara, derivante da spiruni «sperone»; grosso battello da carico, a vela e a remi, rimasto in uso nei paesi rivieraschi del Canale di Sicilia fino alla 1a metà del secolo XX (1900): il dritto di prua è caratterizzato da uno sperone posto a mezza altezza tra il galleggiamento e il bompresso, mentre l’unico albero, molto avanzato verso prua, può portare sia una vela a tarchia sia una vela latina] non era ancora arrivato e la cosa diventava più preoccupante perché si preparava una tempesta.

Eravamo alloggiati, attratti dell'apparenza, in una locanda posta sulla stessa spiaggia dove sbarcò il re e ad un centinaio di passi dal fortino dove è seppellito Campana.

Ma non eravamo ancora sistemati che ci accorgemmo che vi mancava tutto, persino i letti.

Sfortunatamente era troppo tardi per risalire in città; pioveva scrosci ed i tuoni che succedevano con tale rapidità che sembrava di sentire un unico continuo rombo che copriva, tanto era violento, il rumore delle onde che si riversavano su tutta la spiaggia e venivano a morire ad una decina di passi dal nostro albergo.

Ci prepararono delle brande, ma nonostante tutte le ricerche che facemmo, non riusciamo a trovare delle lenzuola pulite.

L'esito fu, che come la sera precedente, fui obbligato a buttarmi sul letto completamente vestito.

Non passò molto che diventai l'obiettivo di carovane di cimici così numerose che preferii cedere loro il posto e cerca di dormire sdraiato su due sedie.

Forse ci sarei riuscito se nella stanza ci fossero state delle imposte, ma mancavano e i lampi erano talmente frequenti che avevamo l'impressione di essere in pieno giorno. [...]

[...] Il giorno arrivò senza che avessi chiuso occhio; era la terza notte che non riuscivo a dormire ed ero stremato per la stanchezza.

Come Murat, avrei dato cinquanta ducati per poter fare un bagno; ma in tutta Pizzo fu impossibile trovare una vasca: solo il cavaliere Alcalà ne possedeva una, probabilmente la stessa che era servita al prigioniero.

Ma qualunque desiderio avessi di comportarmi da re non osavo spingere sin là la mia indiscrezione.

Durante il giorno la tempesta si calmò, ma l'aria era diventata freddissima e il cielo nuvoloso e coperto.

In qualsiasi altro momento mi sarei disteso sulla sabbia del mare e, finalmente, sarei riuscito a dormire; ma la sabbia era tutta inzuppata ed era diventata una pianura di fango simile ai vulcani dei Maccalubi [C’è chi li chiama Macalubi, come il Dizionario Topografico della Sicilia, del 1856, chi Maccalubi, con due “c”; Francesco Ferrara - nella sua opera Guida dei viaggiatori agli oggetti più interessanti a vedersi in Sicilia (1822) - parla invece di Macalubbi, con 2 “b”; altri, più di recente, chiamano l’area, ora divenuta Riserva Naturale, al femminile: Macalube, anche se la toponomastica pone la riserva in via Maccalube. Altri ancora, preferiscono più scientificamente definire tale fenomeno mud volcanoes o vulcani di fango. Con una o due “c”, con una o due “b”, maschile o femminile che sia, tutti però concordano sulla derivazione araba del termine, da Maqlùb ( مقلوب ) che significa propriamente “ribaltamento“: ribaltamento del terreno, nel caso specifico. Le manifestazioni sono note sin dall’antichità, nella Sicilia meridionale, tra Girgenti (Agrigento) e Aragona].  [...]

[...] Uscimmo dal nostro tugurio solo per andare a cercare qualcosa da mangiare.

Riuscimmo a trovarne in una piccola locanda situata sulla piazza.

Mentre mangiavamo chiedemmo se avremmo potuto dormire la, la notte seguente: ci risposero, come sempre, affermativamente e ci mostrarono una stanza in cui, almeno sembrava che non si fossero solo pulci. [...]

[...] Si ripete allora la storia delle lenzuola: in tutte le locande d'Italia le lenzuola costituiscono un problema, in particolar modo in Sicilia e in Calabria.

Succede raramente che vi diano subito un paio di lenzuola pulite; quasi sempre cercano di scoprire la vostra religione con lenzuola poco pulite o con un lenzuolo pulito e un altro sporco; ogni sera ricomincia sempre la stessa lotta con le solite a tutte e la stessa ostinazione da parte dei locandieri e a mio parere avrebbero fatto meglio a farle lavare.

In tutti i casi qualunque sia il pregiudizio che vi si oppone o la superstizione che impedisce di farlo, le lenzuola pulite sono la "rara avis" di Giovenale [Espressione che costituisce l'inizio del verso di Giovenale: Rara avis in terris, nigroque simillima cycno («uccello raro sulla terra, quasi come un cigno nero»); è adoperata spesso per indicare cosa o persona molto rara o che ha qualità assai difficili a trovarsi], La Fenice della principessa di Babilonia.

Passai in rivista tutta la biancheria dell'albergo senza ritenermi soddisfatto. [...]

[...] Bisognava quindi continuare il nostro viaggio via terra. 

Lasciai tre lettere per il capitano; una nella locanda della spiaggia, l'altra nella locanda della piazza e una terza al cavaliere Alcalà.

In tutte e tre comunicavamo al nostro equipaggio che partivamo per Cosenza e gli davamo appuntamento a San Lucido.

Notizie del terremoto cominciavano a giungere dall'interno della Calabria: si diceva che Cosenza e i suoi dintorni avevano patito molto; parecchi paesi, a ciò che si affermava, ormai erano solo delle rovine; diverse case erano scomparse interamente inghiottite con loro abitanti. 

D'altronde le scosse continuavano tutti i giorni o, piuttosto, tutte le notti, per cui era impossibile prevedere quali sarebbero potute essere le conseguenze finali della catastrofe. [...]

[...] Per colpo di sfortuna quando rientrammo nell'albergo, il mulattiere ci fece sapere di non contare punto su di lui per la prosecuzione del viaggio perché eravamo troppo avventurosi per i suoi gusti e che era certamente un miracolo se non eravamo stati ancora assassinati, lui compreso, soprattutto perché eravamo dei Francesi, nome che ha lasciato ben pochi teneri ricordi in Calabria.

Cercammo di convincerlo a venire con noi fino a Cosenza, ma tutte le nostre istanze furono inutili; lo pagammo e ci mettemmo alla ricerca di un altro mulattiere. 

Non era così facile, non perché l'esperienza mancasse, ma perché a Pizzo il mulo aveva un altro nome. Io continuavo a chiamarlo mulo, come dappertutto in Italia avevo sentito fare, ma nessuno mi capiva.  [...]

[...] A Pizzo il mulo si chiamava vettura: avviso per i filologi e per i viaggiatori soprattutto. [...]

[...] Temendo da parte della nuova guida le stesse esitazioni che avevamo trovato in colui che lasciavamo, anticipammo alcuni chiarimenti; ma quello si limitò a rispondere, mostrando il fucile che aveva a bandoliera: 

- dove volete, come volete, allora che volete

Apprezzammo quel laconismo tutto Spartano [...]

[...] Lo spirito avventuroso della nostra guida si fu spiegato da lui stesso: era un vero pizziota.

Chiedo scusa all'Accademia se faccio il nome di un popolo che probabilmente non esiste. 

Ora il comportamento che tenne Pizzo nei confronti di Murat, fu, bisogna dirlo, giudicato molto diversamente nel resto dei Calabrie. 

Ad un primo atteggiamento di dissenso, [...] si aggiunse l'invidia generata dai favori di cui la città fu colmata; di modo che gli abitanti di Pizzo, non oso ripetere la parola, appena escono al di fuori della circoscrizione del loro territorio, si trovano in guerra con le popolazioni vicine. 

Questa circostanza determina che fin dalla loro infanzia escano armati, s’abituino da giovani al pericolo e di conseguenza, una volta abituati, cessino di temerlo.

[...] Cammin facendo discorrendo, la nostra guida ci parlò di un paese chiamato Vena che aveva mantenuto tradizioni straniere e una lingua che nessuno in Calabria capiva.

Le due circostanze suscitarono in noi il desiderio di visitarlo.

[Vena di Maida (Vjna in lingua arbëreshe), originariamente Calabritti

Il 4 maggio del 1831, col decreto istitutivo dei Comuni e dei Circondari, si stabiliva il Comune di Vena. 

Il 14 ottobre del 1839 Vena era assegnata come frazione al Comune di Maida

Il paese fu fondato nel verso la fine del XV secolo (1400) da una Comunità Albanese (Arbëreshë), venuta in Calabria, probabilmente, dopo la morte di Scanderbeg (1468), la caduta di Kruja (1478) e la caduta di Scutari (1479) quando si ebbe la quasi definitiva sottomissione dell’Albania all’Impero Ottomano] * vedi in fondo le notizie dedicate a Vena di Maida

La guida ci avvertì però che non vi avremmo trovato nemmeno una locanda e che pertanto potevamo soltanto pensare di passarci e non di fermarci. 

Ci informammo quindi dove avremmo potuto fare una sosta per la notte il nostro “pizziota” ci indicò il borgo di Maida come il più vicino a Vena e quello in cui dei signori potevano tranquillamente fermarsi; lo pregammo quindi abbandonare la via maestra e di condurci a Maida. [...]

[...] Ci fermammo verso mezzogiorno in un piccolo paese chiamato Fundaco del Fico per far riposare le nostre cavalcature e cercare di mangiare; poi dopo un'ora di sosta e riprendemmo il viaggio, lasciando la via maestra a sinistra e inoltrandoci nella montagna. [...]

[Il Fondaco del Fico, in realtà non sarebbe stato un paese ma un fondo con locanda appartenuti ad una famiglia del luogo (probabilmente Bellusci).

Ci sono infatti riferimenti allo scrittore Dumas, che insieme all'artista Jadin si sarebbe fermato nel 1835 in una proprietà della famiglia, il Fondaco del Fico appunto, di cui è rimasto, trasmesso da varie generazioni, uno scrigno contenente un libro di Dumas e un disegno di Jadin.

Il fondaco del Fico è una locanda appartenuta all'antenato Gioacchino Bellusci, poi passato al figlio di lui, Focubellu, ma distrutto nel 1865 dall'esercito italiano per catturare dei briganti che vi si erano rifugiati]

[...] C'eravamo inoltrati nella regione delle montagne dove crescono i castagni e poiché la stagione della raccolta del frutto era prossima, la anticipammo rimpinzandocene le tasche

Ogni qualvolta arrivavamo nelle locande le facevo cuocere sotto la cenere e le mangiavo al posto dei maccaroni: l'unico piatto che con tutta la sua buona volontà il nostro oste riuscisse a offrirci e al quale non sono mai riuscito ad abituarmi. [...] 

[de gustibus - i gusti sono gusti e sono soggetti alla cultura d'origine]

[...] Dopo tre ore di marcia nella montagna scorgemmo Maida (clicca qui per andare alle notizie relative alla località).

[Su un pianoro che si affaccia sul solco del torrente Còttola, il centro si ritiene fondato in epoca Longobarda; nel medioevo è stato importante sede di vita monastica (TCI Touring Club Italiano - Guida Rossa Basilicata Calabria).

Il toponimo è attestato nell'anno 1098 την μαγιδαν, anno 1118 εις την μαγιδαν; confrontare anche RDApLC [«Rationes decimarum Italiae nei secoli XIII (1200) e XIV (1300). Apulia, - Lucania - Calabria»] (Nicastro) anno 1310 «»Incastro Mayde». 

Il toponimo riflette il greco μαγις e il latino magida "madia" nel senso di "bacino", "conca di terreno", traslato geografico che si trovano in nomi locali della Calabria, ove Maida è anche cognome]

Era un mucchio di case, abbarbicate sulla montagna, che, come tutte le case calabresi, erano state intonacate in modo primitivo, con uno strato di gesso o di calce, ma che, per le ripetute scosse che avevano subito, avevano perso una parte dell'ornamento superficiale cosicché, quasi tutte erano coperte di larghe macchie grigie che conferivano loro l'aria di aver avuto una malattia della pelle. [...]

[...] Da ogni casa, come dai sepolcri nel giorno del giudizio universale, vennero fuori, d'un tratto, tutti gli abitanti, cosìcché, un momento dopo, non fummo solo seguiti, ma circondati in modo tale che ci fu impossibile proseguire. 

Sentiamo allora, come meglio potemmo, di trovare una locanda. 

Ma, forse perché il nostro accento aveva un carattere particolare o forse perché chiedevamo qualcosa di sconosciuto, ad ogni nostra richiesta, la gente si metteva a ridere [...]

[...] Improvvisamente un uomo attraverso la folla, mi prese per mano e dichiarò che eravamo sua proprietà

Disse che ci avrebbe condotto in un luogo dove saremmo stati come gli angeli in cielo. [...]

[...] Poi riattraversando la folla che diventava sempre più numerosa, s'incamminò davanti a noi, senza perderci un instante, parlando senza tregua, gesticolando senza pausa e non smettendo di ripetere che il cielo ci aveva favorito mettendosi nelle sue mani. [...]

[...] quelle promesse si conclusero davanti ad una casa, devo dirlo, con un aspetto leggermente migliore rispetto a quelle che la circondavano, ma il cui interno si fece immediatamente presagire i mali di cui eravamo minacciati. 

Era una specie di «cabaret» composto da una grande stanza divisa in due da una tappezzeria a brandelli che pendeva dai travetti e che lasciava passare dalla parte anteriore a quella posteriore attraverso uno squarcio a forma di porta.

A destra della parte anteriore destinata al pubblico c'era un banco di mescita con alcune bottiglie di vino e d’acquavite e alcuni bicchieri di diversa grandezza. 

Là si trovava la padrona di casa, una donna di trenta-trentacinque anni che non sarebbe stata così brutta se una sporcizia rivoltante non ci avesse costretti a storcere lo sguardo.

A sinistra, in una rientranza, c'era una scrofa che aveva appena partorito e allattava una dozzina di porcellini, ed i cui grugniti avvertivano i visitatori di stare alla larga dal suo territorio. 

La parte posteriore, illuminata dalla finestra che si affacciava su un giardino è completamente ostruita da piante rampicanti, era l'abitazione della locandiera. 

A destra c’era il suo letto coperto da vecchie cortine verdì, a sinistra un enorme camino dove si agitava, coricato sulla cenere, qualcosa che nell'oscurità assomigliava a un cane e che un po' di tempo dopo scoprimmo essere uno di quegli orrendi idioti, dal grosso collo e dalla pancia penzolante che si vedono ad ogni passo nel Valais [Il Canton Vallese (in tedesco e svizzero tedesco Kanton Wallis; in francese Canton du Valais; in romancio Chantun Vallais; in arpitano Quenton du Valês) è uno dei 26 cantoni svizzeri, situato nella parte sud-occidentale della nazione, nelle Alpi Pennine, attorno alla valle del fiume Rodano, dalla sua sorgente fino al Lago Lemano. Appartiene alla Confederazione Elvetica dal 1815; la sua capitale è Sion, che è anche la città più popolosa del Vallese]

Sul davanzale della finestra erano sistemate sette o otto lampade a tre beccucci, e accanto al davanzale c'era il tavolo, coperto da odiosi stracci a brandelli che in Francia sarebbero stati buttati davanti alla porta di una cartiera. 

Quanto al soffitto, era a listelli e s'apriva su un solaio pieno zeppo di fieno e di paglia. 

Era quello il paradiso dove dovevamo stare con gli angeli. [...]

[...] ma dopo esserci consultati con il nostro pizziota, venimmo a sapere che in tutta Maida non avremmo trovato una sola locanda e molto probabilmente una sola casa comoda come quella che ci veniva offerta. 

Decidemmo quindi di entrare e facemmo un'ispezione dei locali: era, come avevamo già visto, da far drizzare i capelli. [...]

[...] la nostra ospite ... Si recò nel retrobottega che serviva anche da sala da pranzo, da salotto e da camera da letto e buttò una fascina nel camino; fu allora che, al bagliore della fiamma che l’obbligò a indietreggiare, ci accorgemmo che quello che avevamo scambiato per un cane pastore era un giovanotto di diciotto-venti anni.

Disturbato nelle tue abitudini, lanciò qualche lamento e si ritirò su uno sgabello nell'angolo più lontano del camino e fece ciò con i movimenti lenti e penosi di un rettile intorpidito. [...]

[...] Ho per sistema ad accettare tutte le situazioni della vita senza tentare di reagire contro l'impossibilità, cercando tuttavia di trarre immediatamente dalle cose il miglior risultato possibile. 

Ora mi parve subito chiaro come il giorno che, grazie ai topi della soffitta, alla scrofa del negozio e alla moltitudine degli altri animali che dovevano abitare nella stanza da letto, non avremmo dormìto un solo istante.

Era una cosa da accettare con rassegnazione e lo feci rivolgendo il mio interesse alla cena.

C'erano dei maccaroni che non mangiavo. 

C'era la possibilità di avere, cercando bene con qualche sacrificio di denaro, un pollo o un tacchino; inoltre nel giardino dietro la casa c'erano diverse specie di insalata

Con tutto ciò e le castagne di cui avevamo piene le tasche non si fa un pasto regale, ma non si muore di fame.

Mi si perdonino tutti questi particolari; ma scrivo per gli infelici viaggiatori che possono trovarsi in una situazione analoga alla nostra e che istruiti dalla nostra esperienza potranno forse cavarsela meglio di come riuscimmo a fare noi. [...]

Qui appresso un passo spassoso quanto incredibile a pensare quale leccornia siano le interiora di pollo, i fegatini e i cuori magari cucinati al curry.

[...] Fu la volta del pollo girava come una trottola, era rosolato a punto e presentava un aspetto molto appetitoso; mi avvicinai per tagliare la cordicella e vidi l'idiota che, sempre disteso sulla cenere, manipolava non so che roba nel fuoco e in un piccolo piatto di terra.

Ebbi l’infelice curiosità di dare uno sguardo per vedere che cosa cucinava; mi accorsi che aveva raccolto con grande cura le interiora della nostra gallina e le faceva friggere

Era probabilmente una cosa molto ridicola, ma vedendo ciò, lasciai cadere il pollo nella leccarda sentendo che dopo tale vista mi sarebbe stato impossibile mangiare qualunque tipo di carne.

Siccome Jaden (l’amico pittore di Dumas) non aveva visto niente s’informò della causa per cui ritardavo a portare l'arrosto. 

[...] s’alzò anche lui e venne a vedere ciò che succedeva: trovò il povero idiota che mangiava a piene mani la sua spaventosa fricassea

Fu la sua rovina; si girò dall'altra parte bestemmiando con tutte le parolacce che la bella e ricca lingua francese poteva fornirgli.

L'idiota, intanto, lungi dal pensare che fosse lui la causa di quella doppia esplosione, non perdeva una boccata del suo pasto. [...]

[...] Solo la parola pollo pronunciata da uno di noi avrebbe avuto le conseguenze più negative; la nostra ospite stava per avvicinarsi al camino con un piatto in mano, ma le gridai che ci saremmo accontentati di mangiare l'insalata. [...]

[...] La nostra ospite per non farci aspettare l'insalata, diventata il piatto forte del pasto, s’affrettava lei stessa a condirla e dopo avervi messo l'aceto, che, come si sa, è una vera eresia culinaria, [anche qui gusti personali o culturali] versava da uno dei tre beccucci l'olio della lampada nell’insalatiera. 

A tale spettacolo mi alzai ed uscii. [...]

Il territorio comunale di Maida comprende anche la frazione di minoranza etnica e linguistica albanese (arbëreshë) di Vena di Maida (Vjna in lingua arbëreshe) originariamente Calabritti, posta a 242 metri s.l.m.

Il 4 maggio del 1831, col decreto istitutivo dei Comuni e dei Circondari, si stabiliva il Comune di Vena. 

Il 14 ottobre del 1839 Vena era assegnata come frazione al Comune di Maida.

Il paese fu fondato verso la fine del XV secolo (1400) da una Comunità Albanese (arbëreshë), venuta in Calabria, probabilmente, dopo la morte di Scanderbeg (1468), la caduta di Kruja (1478) e la caduta di Scutari (1479) quando si ebbe la quasi definitiva sottomissione dell’Albania all’Impero Ottomano.

Tra questi fuggiaschi Albanesi è probabile che ci fossero molti di coloro che avevano combattuto contro gli Ottomani e che meno degli altri si rassegnavano a vivere sotto questi padroni, oppure che temevano per la loro vita proprio per aver militato nelle truppe di Scanderbeg.

Secondo quanto sostenuto da Giovanni Fiore da Cropani, l’origine degli insediamenti Albanesi di Calabria risale a qualche decennio dopo la morte di Scanderbeg, quando, con l’invasione dell’Albania da parte degli Ottomani, molti Albanesi fuggirono.

Secondo lo storico Gaetano Boca, Vena di Maida sorse in località "Castiglione Calamizza", nelle vicinanze dell’omonimo casale. 

Con il tempo la nuova sede fu poi stabilita su un lembo del "Giardino del duca", tra le contrade "Katropé" e "Bari i zi".

Questi erano territori che, al momento dell’arrivo degli Albanesi appartenevano alla famiglia Caracciolo potente feudataria sul territorio che aveva terre e castelli nei territori che vanno da Girifalco a Maida, a Curinga e in tutto il Lametino.

Particolarmente noto per la magnificenza dei suoi costumi il paese fu visitato, nei secoli scorsi, da numerosi viaggiatori, tra cui Henry Swinburne, Craufurd Tait Ramage, Rilliet e Alexandre Dumas che gli dedicò l'intero capitolo nel suo "Viaggio in Calabria" qui riportato, e lo cita anche in "Luisa Sanfelice". 

Anche lo scrittore contemporaneo Carmine Abate, ispirandosi al libro di Dumas, situa nella località lo svolgimento del suo romanzo "Tra due mari". 

Tuttora abitata dai discendenti di soldati Albanesi, si è perso da secoli il rito Greco-Bizantino, ma è mantenuta la lingua albanese, tratto essenziale della minoranza etnica, e rimangono i costumi tradizionali albanesi, simili a quelli di Caraffa di Catanzaro, che vengono conservati da alcune famiglie, anche se ormai poco usati, solo in rare occasioni. 

Nella frazione Vena si trovano 2 architetture religiose:

la Chiesa Arcipretale di Sant'Andrea Apostolo (Klisha Kryepriftërore e Shën Ndreut) che si trova nella Piazza principale del Paese e che secondo fonti storiche risale alla metà del XVIII sec. (1700).

Le notizie storiche si fermano all'episodio della visita del Vicario Apostolico della Diocesi di Nicastro Paolino Pace risalente al 1769. 

All'esterno la chiesa si presenta con una facciata di stile del tardo 1600 costituita da un’alzata superiore, dove si trovano 2 nicchie vuote al centro delle quali si trova una finestra di forma rettangolare. 

All’interno è costituita da una navata centrale, in fondo alla quale è situato l’altare maggiore, sul quale si innalzano 2 colonne laterali che sostengono una nicchia, dove viene conservata la statua del Patrono Sant'Andrea Apostolo. 

Vi sono altri 2 altari minori uno sul lato destro, contenente una nicchia, dove si trova la statua dell’Immacolata Concezione, e uno sul lato sinistro dove si trova la statua del Sacro Cuore. 

Più in fondo, sempre sul lato sinistro, quasi vicino all'altare maggiore, si trova una nicchia nella quale è situata la statua di San Francesco di Paola. 

In una teca è contenuta la statua della Madonna di Bellacava risalente al 1800. 

Prima del restauro del 1992, sul fondo dell’abside, esisteva un affresco che raffigurava la Crocifissione di S. Andrea, opera del pittore Gioacchino Alemanna. 

Il Santo Patrono viene festeggiato in novembre.

Il Santuario della Madonna di Bellacava (Klisha Nderma e Belakavës) che si trova in località “Croce”, è costituito da una chiesetta a pianta di croce latina sormontata da una piccola cupola cui si accede tramite un portone ad arco. 

All’interno, si trova un'unica navata in fondo alla quale è situato l’altare maggiore in cui è custodita una copia della statua della Madonna, poiché l'originale è nella Chiesa Parrocchiale. 

A questo Santuario sono legate diverse leggende popolari: la più nota narra che apparve in una cava ad un pastore, col desiderio di essere portata in paese, poiché la cava era fuori dal centro abitato, ma il pastore non le diede ascolto. 

Apparve poi nello stesso luogo a dei cacciatori esprimendo lo stesso desiderio e lo dissero al parroco che suonò le campane a festa, e la prima domenica di settembre arrivò la statua della Madonna nella Chiesa di S. Andrea. 

Una notte, venne in sogno ad una donna del paese e la accompagnò fino alla località Croce, e le disse: «Tu 'cca m'ha costruiri 'a casa mia ca pua ti pagu» ("Tu qui devi costruire la mia casa 'ché poi ti pago); e la costruì. 

Poi apparve in sogno ad un'altra donna chiedendole di costruire una piccola Edicola votiva nella "cava" (luogo dell'apparizione). 

Terminati i lavori di costruzione dell'Edicola e della Chiesa, era arrivato il momento di restaurare la statua, perciò i Maidesi decisero di portarla a Maida per restaurarla, ma durante il tragitto divenne sempre più pesante, mentre per arrivare a Vena era sempre più leggera, pertanto si decise di restaurarla a Vena; questo fu segno che la Vergine non voleva lasciare il suo amato paese. 

Inoltre preservò Vena, durante la Prima e la Seconda guerra mondiale, dalla distruzione che volevano effettuare i Tedeschi: all'improvviso, infatti, si mise a piovere così forte e ci fu la nebbia con la quale non si poté vedere niente, perciò i Tedeschi non poterono entrare in paese e rinunciarono all'idea di distruggere Vena di Maida. 

Tutto merito della Santa Vergine secondo i Venoti. 

Viene festeggiata la prima domenica dopo ferragosto.

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