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Lettura del libro Il Bel Paese di Antonio Stoppani

Lettura del Libro «Morimondo» di Paolo Rumiz


Il Po, anzi Po senza articolo, è il grande fiume, il fiume per eccellenza. 
Questo libro è il diario scritto da Paolo Rumiz della sua discesa fluviale, il cui manoscritto che la narra è giunto nelle mani dell’editore nel dicembre 2012, ma per il quale non vi sono certezze sui tempi della sua stesura e nemmeno su quelli del viaggio, in quanto l’Autore non dichiara mai il tempo della partenza.
Fatto sta, che comunque, ciò che viene raccontato è di un’attualità impressionante.
Forse ne sappiamo pochissimo, e conoscerlo significa lasciarlo apparire là dove muore un mondo perché un altro nasca. 
Paolo Rumiz ci racconta che quando gli argonauti, lui e il suo equipaggio, hanno cominciato a solcarne le acque è andata proprio così: Po visto dal Po è un Dio Serpente, una voce sempre più femminile - irruente e umile, arrendevole e solenne -, silente fra le sue rive deserte. 
Nessuno sembra scendere a reclamarlo, e sopra, ha un'altezza che sembra distante secoli, passano ponti che poggiano su piloni ignari e indifferenti. 
E’ allora che bisogna ascoltarlo, è allora che le sue voci diventano richiami, inviti. 
E’ allora che il viaggio è una storia che viene da lontano, una storia di uomini stupefatti a cui è richiesta molta interiorità, molta memoria. 
Paolo Rumiz sa fare del Po un vero protagonista, per la prima volta tutto narrato a fior d'acqua, in cui in un’abbandono dei sensi inedito, coinvolgente, che reinterpreta i colori delle terre dei fondali, i cibi, i vini, i dialetti, gli occhi che lo interrogano, lo sfiorano, lo scrutano.
E poi ci sono gli incontri con il "popolo" del fiume, ma anche con personalità legate dall'amore per il fiume: l'avventura sul Po diventa quindi un romanzo, un viaggio interiore, un'avventura scavata nell'immaginazione, accarezzata da fantasmi, a due passi dall'anima

ASCOLTA i PODCAST dell’intero libro capitolo per capitolo


1 - La Mappa Infinita (33:58)

Andare a motore sul fiume, ci avevano avvertito, e come entrare in scooter agli Uffizi. 

Una porcheria, un sacrilegio. 

Non senti la voce del Dio che vi abita. 

Ogni fiume ha il suo Dio, la sua voce e la corrente non canta mai allo stesso modo. 

Stolti, tentando di fare il punto nave, ignorando che il fiume non è mare, a bordo avevamo una decina di mappe, e le due più affidabili erano targate Touring Club e Aipo, l'agenzia interregionale del Po. 

Ma queste stranamente, indicavano distanze diverse.

Possibile? 

So dall'adolescenza che le mappe giuste non servono a orientarsi ma a sognare percorsi, e magari a ricordarli ad avventura conclusa. 

Per l'avventura Padana ne avevo fatta una a mano, come già altre volte nei miei viaggi importanti: una striscia di carta è di 3 metri per 60 cm, apribile a fisarmonica. 

Ci avevo speso sopra parecchie settimane, riempiendola maniacalmente di annotazioni, ma non era mai finita perché ci aggiungevo ancora nomi e luoghi, forse nel tentativo di farla diventare anch'essa fiume su scala uno a uno.

L'apriamo spesso in navigazione, ma ancor più spesso la sera, con ostentata noncuranza, sui tavoli delle osterie.

Lì diventava sogliola, anguilla o lampreda a seconda dei momenti o dei settori esaminati. 

Stesa tra piatti di lasagne e bicchieri di bonarda, quella perfetta bisettrice diventava un succulento piatto di portata, un pesce con la sua lisca centrale e il pettine doppio delle spine laterali, segnate ciascuna da un nome come Oglio, Adige, Panaro. 

Ah, le osterie, queste favolose stazioni del pellegrino fluviale! 

In mare è impossibile trovarne. 

E questa la prima differenza tra i due regni delle acque. 

A viaggio concluso da un pezzo, mi scopro ad aggiungere ancora e ancora dettagli a questa complicata pergamena. 

L'acqua è il più perfetto dei fili narrativi, e poiché i viaggi si perpetuano infinitamente nella memoria, era fatale che anche la mappa diventasse la mia storia infinita. 

A furia di aggiornamenti, ne ho fatto un labirinto da esplorare in sé e per sé, prima ancora che la rappresentazione di una realtà geografica. 

Che godimento riaprirla ad avventura conclusa! 

Mi ci perdo ancora, quando trovo didascalie tipo “Trappola dell'albero storto", “I lamenti funebri del Delta", “L'affluente scomparso", “La scarpata delle lucciole", e tante altre.

Non luoghi, ma storie.

La mappa non di un fiume, ma di un'isola del tesoro una guida tra insidie, fantasmi e pirati.


Parte Prima «Morimondo» di Paolo Rumiz (lettura di tutti i capitoli da 2 a 20) (02:20:37)

2 - Sei bucanieri (09:10)

Dal ponte, sul far della sera, contemplammo i gorghi del fiume bambino senza avere idea di cosa ci aspettasse a valle e senza percepire la distanza che ci separava dal mare. 

Stavamo per penetrare nello spazio più popoloso d'Italia, il più inquieto è produttivo, quello dove si decide il destino della nazione, ma quel grumo di interessi, luoghi e persone oscuramente ci sfuggiva. 

Nemmeno degli ostacoli avevamo un'idea chiara. 

Il Po era inondato di relazioni scientifiche e guide specializzate, ma la via d'acqua restava ignota. 

Insomma, non ne sapevamo nulla fin dal primo chilometro. 

Ma forse, pensai, era meglio così: ci sarebbe stata più avventura. 

In tutti i miei viaggi la cosa più viva da raccontare sono stati sempre gli imprevisti, per non dire gli inconvenienti. 

Cinque uomini e una donna che più diversi non potevamo essere: Valentina, brunetta instancabile cercatrice di montagne, di fiumi e di guai, senza la quale il viaggio non sarebbe stato nemmeno pensabile, ostentava una tranquillità irritante. 

Il buon Alex, taglia da orso grigio, era lì paralizzato di fronte alla scelta del bagaglio più complicato della sua vita. 

Pierluigi, minuto, occhi vivi, divoratore di strade, vagava ancora con la mente tra i monti alle sorgenti del Gange, dai quali era appena tornato dopo mille chilometri di cammino selvaggio. 

Flavio, stazza e chioma vichinga, canoista di lungo corso, taceva godendosi il nostro disorientamento. 

E c'era Angelo Bosio, il più vecchio del gruppo, fisico bronzeo, che masticava il toscano, felice di partire di nuovo sul fiume della sua vita. 

Con chi scrive, facevano 332 anni in totale. 

55 a testa di media. 

Una spedizione di senatori afflitti da magagne, ma curiosi come adolescenti.


3 - Il lumino (08:37)

Passammo a piedi sotto il ponte, sfiorando la corrente, per raggiungere a tentoni la locanda Ai Pesci Vivi, appena identificabile da un lumino acceso sull'altro lato della strada. 

Sotto un pergolato, un lampo di tovaglie bianche con anguilla marinata, fritto di paranza di fiume e un dolce ineguagliabile di nome bunette.

Ed era solo l'antipasto dell'infinito menù che annunciava la Valle del Buon Mangiare. 

Tra le tante mappe del fiume, ne avevo anche una gastronomica, piena di meraviglie. 

Mostrava l'Italia come una geografia di goloserie federate.

In quell'italia che vedeva sparire paesaggi e dialetti, mi sembrò che le identità locali si fossero rifugiate nei cibi. 

Entravo in un mondo sconosciuto. 

Avevo percorso mari, ma mai un fiume intero. 

Mi chiesi cosa avrei trovato oltre.

Forse il Tempo che mi scappava ogni giorno tra le dita.

Di una cosa però ero certo: il Po era pieno di letteratura, ma da lì fino al mare non avrei avuto bisogno di parole scritte.


4 - Invisibili tra i salici (11:00)

Così partimmo, increduli di mollare gli ormeggi. 

Se anche nei viaggi di terra si dice "imbarcarsi in un'avventura", figurarsi in un viaggio d'acqua. 

Eravamo così trepidanti che bruciamo quattro false partenze in un quarto d'ora; lasciavamo sempre a terra qualcosa e per un attimo rimase a terra persino Alex che era sceso a celebrare il varo con la sua macchina delle immagini. 

Non eravamo noi che entravamo in acqua, era l'acqua che entrava in noi e ci prendeva. 

Io imparerai in fretta che in un fiume non serve vogare troppo, basta correggere la rotta. 

Un chilometro dopo l'altro, il colpo di pagaia si faceva meno muscolare; l'acqua andava solo accarezzata. 

Ed era lì la cosa più bella: essere trasportati, ascoltare e guardare senza far nulla. 

Diventare fiume. 

Scendemmo invisibile tra pioppi e robinie, finché il fiume alpino incontrò i primi affluenti. 

Pensai ai fiumi già visti e non trovai nulla di simile a quanto stavo vivendo. 

Ne avevo visti di fiumi, ma nessuno somigliava a quel Dio monosillabico che cercava la sua strada in un cerchio perfettissimo di montagne. 

Tra noi volavano brevi richiami, poi tornava al silenzio. 

Non c'erano che quelle voci a echeggiare tra gli argini, e nessun contatto col mondo, acustica claustrofobica e il copione del viaggio ridotto a un dialogo a sei.


5 - Song of the paddle (06:21)

A Villafranca, finalmente, una finestra sul mondo. 

Sotto un ombrello di alberi immensi, la riva, magnifica e inspiegabilmente deserta, disegnava la caricatura di un paese ridotto all'idrofobia da chissà quale pestilenza. 

Le conosco le mamme italiane, quando mettono in guardia i loro bambini dal demone della corrente. 

Ma sì, pensai di loro, che portassero pure i loro pargoli a sfinirsi in un mare-minestrone, dopo infinite code d'autostrada. 

Le Rive erano pulitissime, la sporcizia mille volte annunciata non si mostrava. 

Posto perfetto per la merenda, con birre a mollo nella corrente, salame, formaggio, olive e pomodoro. 

Scatolette di carne uscirono dalle sacche stagne, e Flavio ne usò una come pentola per scaldare le sue cose. 

Valentina disse: “ho amato la canoa dopo aver letto i libri di Bill Mason, Song of the paddle e Path of the paddle, che sono considerati tuttora la Bibbia e anche lo spirito della canoa. Parlo del concetto di viaggiare autonomi, della semplicità dell'attrezzatura che si contrappone al tecnicismo del kayak. Col kayak sembra di andare in guerra, vedo mute leopardate, caschi integrali, cose assurde ...“


6 - Primi affluenti (06:29)

Il fiume si allargò, l'acqua si fece torbida. 

Sulle canoe si erano formate coppie nuove e l'anagrafe si era sbilanciata: Flavio e Alex facevano 94 anni insieme, Valentina e Pier 104, Angelo e io 135. 

Ma la clemenza dell'acqua finì per smussare le differenze, spingendoci un po' tutti a pareggiare le andature fino alla confluenza col Pellice, il fiume dei Valdesi, uno sposalizio che ci godemmo superbamente soli.

Le due acque si affiancarono e corsero parallele per centinaia di metri senza mescolarsi, diverse in colore, velocità e temperatura. 

Stranamente il tributario era più caldo del fiume maggiore pure essendo più vicino alle nevi Alpine. 

Un enigma che non avrei più risolto. 

Ma le confluenze celebrano altri misteri. 

A Monte di Torino i tributari più meridionali del Po sono anche quelli che lo raggiungono più a settentrione, perché il fiume maggiore vira appunto a nord, e loro sono obbligati a un giro più largo per raggiungerlo. 

Per la stessa ragione il Pellice, teoricamente ultimo, intercetta il fiume per primo perché gli arriva da sinistra.

E poi c'è l'enigma della Maira: assieme alla Grana, resta a lungo in bilico sull'impercettibile spartiacque tra la Varaita e la Stura di Demonte. 

Alla fine prende la direzione della prima, ma se per pochi centimetri fosse catturato dalla seconda, finirebbe nel Tanaro e quindi nelle acque d'Appennino. 

Per non parlare del fatto che l'asta del Po non è affatto la più lunga d'Italia, perché è il Canaro a vincere, col treno d'acqua che forma assieme alla Stura, la cui valle interminabile si allunga su fino alle Alpi Provenzali. 

Per non parlare della Dora Baltea, nettamente più lunga. 

La Maira dice che in un mondo subalpino segnato dai dislivelli di migliaia di metri il destino di un fiume - come sostiene uno scrittore delle mie terre - può essere davvero “questione di grondaie".


7 - Il cataclisma (06:06)

La diga ci risucchiava veloci, e l'orrore si fece annunciare da una cava di ghiaia occupata da rugginose scavatrici abbandonate. 

Erano i resti fossili di un cataclisma. 

Le benne giurassiche erano state fulminate nell'atto di addentarsi fra loro. 

Oltre il ponte vecchio di Casalgrasso, l'acqua si fermò di colpo: lo sbarramento della malora ci chiudeva la strada come una cerniera lampo. 

Era davvero dura: una scarpata di massi sulla destra, una cascata sulla sinistra, invalicabili entrambe, e a pelo d'acqua ferri e ponteggi mai sgomberati dai padroni dell'energia. 

Come uscirne? 

Non avevamo guide, la parola scritta ci tradiva nuovamente. 

Il Po restava a secco d’informazioni per il navigatore. 

A due passi da Torino, nel cuore di una delle pianure più popolate del globo, entravamo in uno spazio bianco dell'atlante.


8 - Soli nella sera (04:17)

L'acqua ci rigenerò, divenne fonte battesimale, miracolo che rese lieve la fatica. 

Saremmo arrivati col buio, ma che importava. 

Era magnifica la vogata del silenzio della sera. 

Mi ritrovai solo sulla vecchia "Prospector", ed essere soli in canoa significa sentire la voce del fiume. 

Cambiava tutto, anche la vogata. 

Diventava rotonda come un mezzo colpo di mestolo, ed era quello l'unico movimento praticabile per mantenere la direzione spingendo sempre sullo stesso lato. 

Scese la sera color amaranto e, mentre vogavo in silenzio, mi vennero mille idee. 

Il bisogno di scrivere aumentò, divenne irresistibile.

Ci provai, ma fu di nuovo una pena.

Dovevo mollare da capo il remo, estrarre il taccuino dalla sacca impermeabile, rovistare nel marsupio in cerca della penna, scrivere in precario equilibrio sulla corrente, riporre il taccuino e la penna, sigillare la sacca, assicurarla con un moschettone, riprendere il remo.

Era troppo. 

Così decisi di abbandonare le precauzioni e ficcare il taccuino in tasca. 

Ero entrato in un magnifico silenzio della mente. 

Provai un brivido a chiudere la carovana, la luce diventava senape, poi sentii la notte inseguirmi a passi lievi di leopardo.


9 - L'albero storto (09:18)

Chi naviga non deve abbandonarsi troppo alla contemplazione. 

È la prima regola. 

E così, dopo la confluenza con la Maira che mi aveva quasi spaventato sentendomi un agguato sulla destra, sempre seguendo il filo dei pensieri presi il ramo sbagliato del fiume, sulla sinistra anziché a destra di un'isola di ghiaia che si rivelò più lunga del previsto. 

Nella penombra non mi ero reso conto di avere imboccato la strada più difficile, e ormai la corrente mi stava risucchiando verso un albero che pencolava dalla riva a pelo d'acqua. 

Da quel momento feci uno sbaglio dopo l'altro; non usai il remo come timone, remai inutilmente nella direzione contraria, nel timore di cadere non mi inclinai col peso del corpo abbastanza per favorire la virata, e soprattutto non mi appiattii sul fondo della canoa per scansare il tronco quando mi venne addosso.

E così mi rovesciai, perfettamente solo nel fiume.


10 - Sull'argine al buio (05:54)

Le zanzare adorano tre cose: il sottobosco, le rive dei fiumi e l'ora dopo il tramonto. 

E noi, d'astuzia, giungemmo a Carignano esattamente un'ora dopo il tramonto, in un umido sottobosco fluviale dove la Luftwaffe non aspettava che noi, motori accesi sulla battigia. 

Amici di Flavio ci avevano messo a disposizione il capanno dei loro banchetti, dal nome inequivocabile di Merendero, ma i cento metri per raggiungerlo furono un percorso di guerra. 

In mezzo a mirabelle, glicini e fiordalisi, le maledette giunsero in formazione, sibilarono come trapani e si saziarono delle nostre carni. 

Fu per loro gioco facile, perché avevamo le gambe scoperte, una stanchezza tremenda in corpo e le mani occupate da troppe cose. 

Scaricare al buio fu bestiale. 

Seminammo così tanto materiale tra gli alberi che ritrovarlo diventò impossibile e tanto valse rimandare al mattino le operazioni di recupero. 

In una foresta vergine di acacie, salici, pioppi e sambuchi avevamo perso il controllo delle manovre di sbarco, e anche il capanno vuoto, normalmente destinato a maratone di briscola e ragù, fu travolto in un attimo dal caos più totale.


11 - Il sogno del treno (06:42)

Prima dell'alba feci un sogno orribile e lo trascrissi appena sveglio, prima che riaffondasse nell'inconscio. 

Ero alla stazione di Atene - che mai avevo visto in vita mia -, e aspettavo un treno per il Nord, forse Salonicco, insieme a un gruppo di amici. 

Urlai agli amici che era quello il nostro viaggio, ma non mi sentirono. 

Allora inseguii l'ultimo vagone, che si rivelò scoperchiato come i bus londinesi per i turisti e mi afferrai a una corda che pendeva da un'alta ringhiera in coda al convoglio, ma in breve la velocità fu tale che presi a vorticare in aria, sempre avvinghiato in coda al bruco di ferro. 

I passeggeri erano armati fino ai denti e si erano accorti di me, ora mi facevano segno di salire la corda fino a loro. 

Erano simpatici, mi passarono un panino e una birra, ma io non avevo fame e non capivo la loro lingua, così non riuscivo a spiegare che avevo lasciato i compagni a terra e, in assenza di documenti e denaro, non potevo comunicare con loro. 

Soprattutto non capivo dove diavolo andassi. 

Quelli sembrava andassero al fronte da qualche parte sulle montagne, non so se Epiro o Macedonia, eppure erano posseduti da un insana allegria. 

Poi il convoglio si fermò in una stazione di montagna, simile a qualcosa che avevo già visto sui Carpazi ucraini.

I soldati scesero e mi fecero segno di andare con loro. 

Salirono verso un gruppo di case dove erano state installate delle camerate.

Le raggiunsero seguendo la sommità di un muretto a picco sul vuoto.

Fu lì che mi accorsi che parlavano italiano, anzi un dialetto che poteva essere piemontese o lombardo, individuai singole parole, ma il senso del discorso mi rimase estraneo. 

Con patrioti dunque, eppure non ero in Italia. 

Le montagne erano quelle cupe dell'est e loro erano mercenari venuti a combattere una guerra altrui.


12 - Il lago morto (09:37)

La flottiglia si lasciò catturare dalle acque, ma la magia del giorno prima era finita. 

Po cominciò a perdere velocità, poi divenne acqua morta.

Sì annunciavano le dighe torinesi e l'orrore ci venne incontro con chilometri di anticipo: una lanca immensa sulla riva destra, un lago, anzi, creato da una cava di ghiaia. 

Lì sotto le Alpi la pianura era una sterminata miniera di ciottoli e i signori del calcestruzzo ne avevano talmente raspato i fondali che la cava era stata chiusa per eccesso di sfruttamento. 

Scivolammo come in sogno, in un silenzio immobile che sembrava preludio di agguati e temporali. 

Po era torbido, pigro e surriscaldato da una cappa di afa. 

Le nostre canoe ballarono su saliscendi di spine, fango e detriti , poi ritrovarono il fiume perduto.

Ma l'acqua restava morta anche a valle.

Nemmeno le turbine idroelettriche con la cascata d'acqua in uscita bastavano a ridarle slancio, Pierluigi finì in un banco di sabbia mobili, la riva si svelò un famoso Mekong e per un attimo anche la sillaba “Po” parve immobile come il Mar Morto.


13 - I murazzi (07:02)

Oltre il ponte, il fiume d'Italia ridivenne lago immobile verde marcio, coperto da un soffice strato bianco-sporco di polline caduto dai salici.

"Conosco la storia dall'inizio”, brontolò Valentina, "si comincia con gli argini, poi arrivano gli sbarramenti di massi, poi sbarramenti un po' più grossi di calcestruzzo, poi c'è lo stadio finale della degenerazione, cioè questa serie di laghi putridi che stiamo incontrando tra un ponte e l'altro". 

Eravamo stanchi, pur avendo fatto solo la metà dei chilometri e il giorno prima. 

Ma almeno il paesaggio cominciava a muoversi: prima di Moncalieri la pianura si gonfiò di colline e si animò di passanti. 

Anche l'acqua prese vita e incrociammo i primi canotti di Club. 

Costeggiammo imbarcaderi, fummo salutati dai ciclisti; al Club Amici del Remo ci gridarono di restare, ma la città era alle porte e volevamo arrivarci. 

L'esperienza di entrare in una metropoli via acqua non l'avremmo fatta mai più nella vita, con il parco del Valentino e gli alberi secolari sulle rive. 

C'era la banda sui murazzi, ci dissero che la città celebrava il patrono. 

Nei club affacciati sul fiume vedemmo stuoli di camerieri attorno a tavole imbandite. 

Le Rive erano piene di giovani e l'acqua intasata di canoe pronte a una gara amatoriale. 

Non avremmo mai più incontrato tanta gente sul Po.

Dopo Torino la città urbana finiva e mai più, la sera, il vento del fiume avrebbe increspato i capelli di belle a passeggio, agitato tovaglie di ristoranti o accarezzato velluti di vecchi caffè. 

Niente più città sulla corrente, come Budapest o Parigi.


14 - La grande valle (04:06)

“Guardi”, mi disse il professore, e mi aprì sul tavolo una mappa più complicata della mia. 

Raccoglieva montagne di dati sulla cultura di quella che chiamava la Grande Valle. 

Aveva un cognome genovese, si chiamava Grimaldi, di nome faceva Carlo ed era antropologo, come dire che studiava gli umani. 

A me interessava anche perché era figlio di grande padre narratore e quelli che hanno avuto una simile fortuna di solito raccontano meglio di altri.

Difatti narrò. 

Disse che la salvezza del pianeta stava nella rete dell'economia locale, e che sul Po, la Mesopotamia d'Italia, il fondamento di queste micro-economie era ancorato alle memorie orali. 

Gli antropologi, disse, non devono occuparsi solo di terre esotiche ma anche delle tribù di casa propria. 

Ai nostri tempi si moriva senza lasciar traccia nelle nuove generazioni, e l'unico modo per arginare quella catastrofe cosmica era un'operazione sistematica di ascolto. 

"Ma oggi c'è un revival della memoria ", disse, "il solo Piemonte ha quattrocento musei del mondo contadino, vorrà pur dire qualcosa. E’ il bisogno di auto-rappresentazione che scatta in chi vede sparire il suo mondo. Dobbiamo impedire che non ci resti nulla da ricordare proprio nel momento in cui aumenta il bisogno di passato".


15 - Diserzione dall'acqua (08:14)

Ripartii dunque, e mi fu strano sedere sul sellino anziché sulla panca di una canoa. 

Il richiamo dell'acqua si faceva sentire, anche dopo due soli giorni di viaggio. 

Guardando con attenzione dall'argine, anche lì la discesa via fiume si svelava problematica. 

Gli approdi per il trasporto delle canoe erano un disastro. 

Il paese, nato sul fiume, ne era stato separato da uno sbarramento invalicabile di 5 guardrail, un sovrappasso sull’argine, un tunnel, una diga e un gigantesco canale dal brutto nome di Cimeno, che si portava via gran parte dell'acqua e faceva del Po un illustre moribondo. 

Che ipocrisia, pensai, facilitare il movimento ai disabili, se non c'è nulla per far passare i sani. 

Non trovavo accessi alla riva, non c'era una breccia che fosse una.

Così chiesi aiuto a un nonno che passava in bici con il nipotino addormentato sulla seggiola posteriore.

Il dialogo fu surreale. 

Scusi, come si arriva al Po?

"Non lo so, non ci sono mai andato.“

Ma lei è di qui?

"Sì, ma non vado mai sul Po. Però penso che può provare di là, oltre quei tre campi sportivi, forse c'è un varco.“

La città metropolitana aveva un grande fiume, ma rinunciava al canto delle acque, non badava alle storie racchiuse e a quella cassa armonica, non capiva nemmeno che un'acqua immobile è mille volte peggio di un greto rialzato. 

Mi resi conto che non me ne fregava niente di "spiegare" il fiume.

A quello scopo erano già state spese parole a milioni.

Indagini, ricerche scientifiche, inchieste di giornali. 

Io cercavo la leggenda.


16 - Mandrie e risaie (05:34)

Dopo un chilometro Pier fece un grido lungo, come dalla coffa di un veliero: "mandrie all'abbeverata!". 

Era difficile da credere: bestiame libero sbucava tra i salici. 

La metropoli era appena passata, ed era già spazio di gauchos e cowboy. 

Nemmeno Valentina si sarebbe aspettata un fiume così allo stato brado. 

Eppure lei è una che scende i fiumi alpini, dell'Alaska e della lontana Siberia; passato notti in tendina fuori dal mondo e si addormenta consultando le mappe. 

Sa di cercatori d'oro, dialoga con gli ultimi barcaioli e cerca fiori rari nelle lande più desolate. 

E mentre tra le vigne del Monferrato e le risaie del Vercellese la ciurma vogava in stato d'allerta, tesa a non perdere l'attimo dello sposalizio, sulla sinistra, oltre una cerniera di ciottoli e sabbie lucenti, qualcuno intravide un ramo d'acqua tra i salici e gridò per avvertire il gruppo. 

Ma si convenne che non poteva essere la Dora, era troppo ferma, troppo magra. 

Aveva sì il colore azzurro anemico dei ghiacciai, ma non l'irruenza di un fiume alpino.


17 - Il salasso (09:04)

Consultammo la mappa al 50.000, e invece arrivò la smentita: era proprio la Dora. 

Il fiume che era sceso dal Bianco percuotendo con spallate formidabili castelli valdostani e i graniti delle Cozie, la mitica sorgente sotto il ghiacciaio del Miage dalla quale per un attimo, mesi prima avevamo pensato di cominciare questo viaggio, si svelava in quel punto una cosa sfiancata e senile, come il Don che si impaluda tra i fanghi del mare di Azov dopo un viaggio senza meta in pianure sconfinate. 

Era stato il Vampiro: l'aveva dissanguata a pochi chilometri a monte, con uno sbarramento che deviava metà delle sue acque verso le risaie della riva sinistra. 

In Valle d'Aosta erano andati più pesanti. 

Muri, canalizzazioni e massicciate ciclopiche avevano fatto di quelle montagne un micidiale acceleratore di acqua. 

Stava dunque lassù, tra le nevi immacolate delle Graie, la macchina di alluvioni della Padania. 

Far girare l'economia attraverso i lavori fluviali è una malattia italianissima, anche nelle terre che ostentano una "diversità" dal resto del paese. 

In Valle d'Aosta anche lo sfruttamento idroelettrico aveva raggiunto livelli parossistici.

Ma anche il Po aveva appena subito il suo salasso da un enorme canale chiamato Cavour. 

Eppure i canali, quindi affluenti alla rovescia che toglievano invece di dare, facevano parte eccome della nostra storia. 

Spiegavano che l'immenso treno di acque che arrivava in Adriatico era solo ciò che restava degli apocalittici prelievi, decisi il nome del cosiddetto sviluppo.


18 - Ombre sulla corrente (09:21)

Dietro alla Dora c'era Saluggia, dove dormivano le scorie nucleari italiane in uno dei punti più a rischio inondazione della Pianura Padana. 

L'avevo vista per la prima volta sotto un temporale che faceva friggere i fili dell'alta tensione in mezzo alle saette tra le risaie. 

Qualche chilometro più a est avremo trovato anche la centrale atomica di Trino, con le cupole a pagoda che parevano fatte per i fulmini. 

Sulla carta risultava spenta, ma il suo cuore pulsava ancora, sotto la sorveglianza di decine di tecnici. 

Era come se il demonio avesse scelto l'innocenza della natura per costruire le sue tane di tenebra. 

Era stato schierato "grande opera", con quella enfasi babilonica, da piano quinquennale sovietico, che sembrava fatta apposta per occultare gli insulti all'ambiente. 

Spesso la grandezza in edilizia è tale solo nella devastazione: e il peggio è che "grandi" manufatti si fanno nulla dove è giusto si facciano, ma banalmente dove le popolazioni protestano meno. 

Si scelgono i punti di minore resistenza. 

Era accaduto anche nel vercellese, che si era visto infliggere quel regalo solo perché i reggitori della cosa pubblica avevano saggiato la bassa conflittualità sociale del territorio. 

I piemontesi sono obbedienti, ma i vercellesi sono i più obbedienti degli obbedienti, e l'Italia li premiava col rischio permanente di una catastrofe. 

Ma ebbi un tuffo al cuore.

Non c'erano le cicogne. 

Rividi il Danubio e la Morava, dove avevo sentito mille volte il colpo secco e ripetuto dei loro becchi. 

Qui nulla.

Gli uccelli portatori di fortuna, su cui nemmeno i cacciatori sparavano, avevano abbandonato l'Italia. 

Lo sentii segno di malaugurio e mi chiesi se anche quel traffico pazzesco di volatili sul Po fosse sintomo di salute o piuttosto di abbandono da parte degli uomini.


19 - Nebbia (08:03)

La sera, in una pizzeria della riva destra, spostai i boccali di birra verso l’orlo del tavolo e aprii in mezzo ai compagni la carta delle meraviglie.

Angelo la esplorò attentamente anche per verificare la correttezza delle mie annotazioni lungo l'asse del Po, che conosceva a memoria fino alla foce.

Alla fine disse che tanta precisione era inutile perché sono su un fiume nulla è sicuro e il tracciato della corrente cambia sempre.

Guai pensare di conoscerlo.

Ti spiazza sempre, e ogni volta va interpretato.

Si possono trovare così tante sorprese che non vale nemmeno la pena memorizzarlo, questo può.

Fuori è calata la nebbia, tempo di amarcord, e l’omerico Bosio, davanti a una parte pizza la scarola, e raccontò di quella pazzesca solitaria da Venezia a Torino.

Fatta quasi a 70 anni, e mica col kayak, che sono capaci tutti.

Angelo Bosio, orafo dalle mani come benne di caterpillar, l'aveva fatta col barcè, la principessa di fiumi e dei laghi, cantata da poeti e viaggiatori, nobilissima discendente della piroga, una lunga scialuppa che controcorrente va spinta con un remo ferrato sul fondale.

Io ero spossato dal sole e da due notti di insonnia, ascoltavo con fatica, e quando la nebbia si fu definitivamente chiusa attorno a noi portando odore di lignite, pensai ai Balcani, alle sue stufe povere, ed ebbi voglia di una banda di zingari, una di quelle che suonano fino all'alba e ti estenuano di saudade dopo averti già sfiancato con ritmi dionisiaci insostenibili.

”E dicci," chiese intanto Vale ad Angelo, "come è cambiato il fiume?“

Nel 1970 c'erano ancora i ponti di barche, come a Pontelagoscuro.

“E l'acqua era meglio o peggio?"

“Trent'anni fa sembrava più sporca di adesso. Però bisogna sempre vedere cosa c'è dentro, capisci? Perché finché ci sono gli scarichi dei gabinetti è ancora niente .... È la chimica che fa danno, e quella non c'entra con la limpidezza.”

Valentina e Angelo non sentivano stanchezza e continuavano a parlare. 

Io intanto navigavo verso altri pianeti. 

Angelo si chiuse nel tabarro e sorrise. 

"Qui d'inverno, con questo tempo, ti perdi in 10 metri. Anche in pieno giorno, se becchi il pilone di un ponte, non fai in tempo a evitarlo.”


20 - Papavero bianco (06:03)

Vale era solita ai furori botanici e cominciò a concionare da poppa. 

Evocò il Verbasco, il Latirus, l’Iperico e l'Artemisia, citò piante arcane dai nomi complicati che non riuscii a mandare a memoria, poi pronunciò con reverenza il nome del papavero bianco, la fata morgana che da trent'anni la chiamava senza svelarsi mai. 

Un camminatore glielo aveva segnalato proprio da quelle parti, tra le risaie piemontesi, e lei lo stava cercando ancora con gli occhi, sull'argine. 

"È il mio piccolo fantasma di pianura," gridò da poppa lottando con le rapide, "al centro ha la capsula scura delle papaveracee, stessa famiglia del papavero da oppio! I Petali sono aerei! Trasparenti! Si perdono al primo soffio di vento! È un fiore magico, raro, è impossibile da raccogliere e da conservare!“

Parlava, anzi delirava, come un manuale di botanica. 

“Pochissimi lo vedono, non ha a che fare col papavero rosso, sanguigno messaggero dell'estate! Questo è legato a Morfeo! Al sonno e alla morte!“


Parte Seconda «Morimondo» di Paolo Rumiz (capitoli da 21 a 32) (01:39:26)

21 - Vogata veneziana (07:42)

Dopo l'ennesima sequenza di rapide apparve il campanile di Casale e, poco oltre, accanto al “Ponte del diavolo“ vidi Alex sulla riva destra, e subito dopo Angelo, sbracciarsi per indicare l'attacco.

Il viaggio cambiava passo: lo diceva la creatura pronta di Alvaro, lì accanto a lui, l'aveva fatta da sé, sotto il porticato di una cascina dalle parti di Valenza. 

La misurai a occhio, era lunga nove metri, piatta, affusolata, fatta per volare sulle acque. 

Un altro mondo rispetto alla canoa. 

Giornata da urlo, fresca e serena. 

Il traghettatore mi disse "prendi". 

Mi girai e lo vedi di porgere l'altro Remo. 

Non ebbe bisogno di dire "vai"; a spingere si impara in fretta.

Il gesto era di una bellezza greca.

Voltata in avanti, in piedi come i gondolieri. 

Spinta sincronica con respiro e posizione eretta che aiuta a guardare lontano, molto più lontano che sulla canoa. 

Non ci potevo credere: era stato sufficiente quel metro in più in altezza per sfuggire alla prigionia della visuale. 

Uno-due, uno-due, una gamba avanti e una indietro. 

Con quel remo elastico, che si tendeva come un arco, veniva anche voglia di cantare.


22 - La farfalla (07:44)

Respirando a pieni polmoni, sapevamo che l'ammirabile geometria delle verdi risaie Vercellesi e della Lomellina, conteneva i veleni che li avevano resi uno sterminato camposanto per pesci, uccelli, piccoli mammiferi e farfalle.

Escluse le nuove specie invasive come lo storno o i corvi di generale, nel nord il resto del mondo alato era ridotto al lumicino, con situazioni disperate per passeri e allodole, per verdoni, cardellini, fanelli, verzellini e ciuffolotti. 

Specie comunissime solo trent'anni prima erano quasi scomparse, non se ne pronunciava più nemmeno il nome. 

Prima del nostro viaggio sul grande fiume, un alessandrino di Bosio, Egidio Gola, mi aveva scritto una lettera sconvolgente, nella quale parlava solo di una farfalla, eppure la descrizione che mi aveva fatto dei suoi fantastici voli nuziali in primavera e a settembre - danze di gioia in onore del creato - mi aveva lasciato nell'anima un indelebile impronta di angoscia. 

Quell'insetto dal bellissimo nome - Lycaena dispar -, dagli sfavillanti colori aranciati e rossi, era quasi estinto in Europa salvo che in quel tratto del Po e della Sesia, come nelle risaie del Casalese-Vercellese. 

Ma poi anche lì erano arrivati i pesticidi contro il punteruolo, un parassita del riso. La gente dice: chi se ne frega. 

Si può vivere anche senza la Lycaena e col barracuda in mare. 

Non si capisce che, senza più barriere climatiche, le nuove specie possono portarsi dietro virus tropicali e attaccarci.


23 - Il ponte e la Luna (06:41)

Si dice che nel Po ci siano sere in cui i pesci parlano.

Anche quella sera, sopra il ponte di Valenza, passò la luna più antica del mondo e nella corrente i pesci parlarono. 

Seduti a un tavolino sulla terrazza della trattoria Al Ponte, alta sulla prima campata della riva destra in bilico fra Piemonte e Lombardia, felicemente esausti.

Bevevamo Bonarda fresca e ascoltavamo le mille voci delle acque. 

Per pochi minuti l'ultimo sole arrossò i piloni in cotto piantati nelle rapide azzurro acciaio, poi un treno dall'unico vagone batté il tempo di una polka sulle traversine. 

Quanta storia in quel manufatto. 

Si meritava un romanzo.

Iniziato da Carlo Alberto nel 1847, fatto saltare dagli austriaci nel 1859, demolito da una piena a fine secolo, aveva visto passare i fanti nei giorni del Piave e i tedeschi in fuga parecchi anni dopo. 

Anche la trattoria era una di quelle che da sole valevano il viaggio.

Incastrata nella muraglia del ponte, lì tra strada e, i binari e una garitta in mattoni con la scritta FIUME PO, restava un luogo fuori dal tempo. 

Bancone, mobili, nulla era cambiato da un secolo.

Solo la marca delle bottiglie allineate sul muro denunciava l'età contemporanea.


24 - La litania (06:42)

E già si ripartiva vogando nella sera, col Monte Rosa diventato blu acciaio a nord-ovest, alle nostre spalle, oltre il ponte. 

C'era un magnifico ritmo da assieme che ci rese contrabbandieri sotto la mezza luna. 

Il vino ci aveva messo in corpo forza supplementare e un allegria nuova. 

Attraccammo in perfetto silenzio sulla riva destra, sotto una scarpata boschiva. 

La capanna era rigorosamente di legno. 

Doveva essere casa e barca allo stesso tempo; tana e rifugio, imbarco e trampolino per fantastiche immaginazioni. 

Dentro, il lusso del minimo per vivere. 

Fuori, sul terrazzo, collezioni di oggetti fluviali di foggia inverosimile. 

Ci preparammo meticolosamente a passare la notte sul terrazzo, con materassini e sacchi a pelo. 

Mi immobilizzai come un ramarro sotto l'Orsa Maggiore, ripetei la santissima parola "baracca" che tanto somigliava a "barca" e anche al fulmine tremendo dei Fenici, poi mi addormentai mormorando i bei nomi rivieraschi della mappa, e la gloriosa giornata si chiuse con quella strana litania.


25 - Meandri perduti (09:31)

La mappa al 100mila diceva che dopo il Tanaro sarebbe iniziato un letto più largo e ingovernabile, e che qui meandri fossili si sarebbero fatti ancora più visibili con la confluenza del Ticino, il più potente dei fiumi del nord, e poi verso l'isola Serafini, alle porte di Cremona. 

Ecco dunque: l'ampiezza del Po non era negli ottanta metri del suo corso e nemmeno nei trecento del suo letto di ghiaie, ma i sette-otto chilometri tra quelle sinuose, che a nord e sud chiudevano il corso del fiume con una linea armonica e perfetta. 

Nessuna mano di architetto del paesaggio o di giardiniere avrebbe potuto disegnarla meglio. 

Quell'ampia zona inondabile era la garanzia della naturalità del fiume: su quell’autostrada larga come tre aeroporti, il Po correva libero e decollava sfolgorante verso il sole in ascesa. 

La potenza di quella pazzesca macchina d'acqua non poteva essere capita né da una barca, né da un ponte e nemmeno da un argine, ma proprio da quella linea di paesini sconosciuti e prudentemente arroccati. 

Qui dovrei dirvi la storia del fiume, e per farlo, scavare in quegli strati di ghiaie fin dove Persefone spinge e comanda gli oscuri movimenti della terra, frugare nelle enciclopedie, nelle mappe di oggi e i manoscritti di antichi abbazie.

Dovrei, se questo fosse un viaggio per capire, ma se la storia è una stratificazione coerente, regolare, fatta per essere consumata in silenzio da disciplinati amanuensi nel chiuso di polverose biblioteche, la leggenda è altra cosa: è nata per essere evocata, ripetuta mille volte, passata in segreto di bocca in bocca, declamata da nonno a nipote senza mai essere scritta. 

È la leggenda che qui mi interessa, quella che sento ascoltando il canto del fiume tra gli argini o le voci di coloro che vi si affacciano. 

Il fiume andava, era lì davanti ai miei occhi, carico di forza battesimale e rigeneratrice, in mezzo a tutto si faceva carico dei nostri velini e della nostra imbecillità. 

Era insieme pazienza e furia vendicatrice. 

Rinasceva dopo ogni magra e ogni catastrofica piena.

Sui suoi argini sentivo ancora fisarmoniche e vedevo nonni prendere i nipoti per mano e dir loro: Ecco, questo è il tuo fiume.


26 - Grilli di giorno (05:16)

A un tratto, sotto lo scafo si svegliò come un frinire di grilli.

Alex, che pareva addormentato, tese le orecchie per primo e chiese: "Cos'è questo rumore?".

Angelo: “Come se friggesse? Allora è la ghiaia che corre. Il letto del fiume cambia ogni giorno".

Valentina: "La ghiaia non dorme mai. Quando ho disceso la Dora Baltea in kayak sentivo i massi rotolare. Come il tuono di una frana, o zoccoli di cavalli al galoppo".

Angelo sospirò: "Imprigionare un fiume è impossibile".

Dissi: "L'unico modo di metterlo in sicurezza e dargli spazio. Ma vallo a dire ai signori del cemento".

Ora il Dio frusciava debolmente, ora pareva canto di cicale, ora brontolava nel profondo.

Il timbro della voce cambiò ripetutamente.

Poi venne improvviso silenzio, per la vicinanza del Tanaro che rallentava le acque come un treno in vista di una stazione.


27 - Acque bastarde (08:08)

Continuammo così, fino a quando, alle Bocche di Bassignana, il Tanaro ci tagliò la strada a gambatesa fra i pioppi. 

Era grosso, di colore verde mimetico, si affiancava al nostro Celeste Alpino e lo studiava guardingo prima di ibridarsi. 

La cosa migliore del fiume ce l'avevamo davanti: era quell'imbastardirsi di acque. L'apoteosi del meticciato. 

Si sfatavano anche i miti: la carta diceva che il nostro non era il fiume più lungo, ma appena il terzo in graduatoria. 

Lì il Tanaro segnava 241 km dalla sorgente, la Stura di Demonte 239,2 e il Po soltanto 226,5.


28 - Il mastodonte (08:54)

Un pescatore di nome Claudio, dopo aver assaggiato la mia valentia invitandomi a una nuotata a due nella corrente, tirò fuori dall'auto l'enorme mascella fossile di un mastodonte recuperato nelle ghiaie.

“Sembrava un sasso”, disse, “poi ci ho scavato attorno e sono saltati fuori i segni dei denti.”

“In pochi mesi avevo trovato ben tre teste di pachidermi, di quelli che venivano a morire in riva al Po ai tempi immemorabili in cui la pianura era un'immensa foresta acquitrinosa."

Pescavano, cercavano oro e tesori sepolti, avevano magari un che di contrabbandieri, ma almeno non avevano perso il rapporto con il fiume.

Quei lomellini d’assalto erano anche tra i pochi rivieraschi ad aver sgominato i ladri di fiume.

Ladri di quelli veri, che viaggiavano di notte a luce spente per rubare motori marini.

Da lì in giù ce n’era stata una strage.

Lì niente: i briganti ci avevano provato una volta e mai più.

Come avete fatto?, chiesi.

“Semplice. Abbiamo nascosto delle spie nei motori e comunicato la cosa ai giornali. Da quella volta i ladri non ci sono più visti.“

Ma ci dissero che sul Po passava di tutto, la notte: contrabbandieri, corrieri della droga, pescatori abusivi di siluro.

"Non li beccano mai, le forze dell'ordine sono scomparse. Qui è un Far West.".

Quindi Po era un nascondiglio perfetto, aveva profumo di leggenda.


29 - Notte bianca (11:23)

L'isola era coperta di giganteschi rami portati dall'acqua e calcinate dal sole.

Quella sera non ci servì nemmeno l'accetta: i rami si spezzarono senza fatica e la pira fu pronta in un attimo.

Valentina, che aveva vissuto mille bivacchi più di noi su tutti i fiumi del Pianeta, raccolse anche fascine di Artemisia per affumicare le zanzare.

Già, le zanzare.

Erano le nove, il sole non era ancora calato, e di loro neanche l'ombra.

Dove si erano cacciate?

Dove avevano i loro immondi abituri?

Non se ne vedeva in giro nemmeno una.

Mentre preparavo quattro panini al salame e una precaria tovaglia sulla sabbia accanto al fuoco, guardai la riva ed ebbi l'impressione che la vista mi si offuscasse.

L'acqua tra i ciottoli era coperta di una strana nebbia.

Uno stato minimale, un centimetro appena.

Mi pulii gli occhiali, ma la foschia non se ne andava.

Allora mi chinai sul fiume, e vidi l'orrore.

Milioni di zanzare in attesa.

Gli abitanti del villaggio fluviale ci avevano avvertito: in Lomellina si fanno gare di caccia alla zanzara.

Quella sera mi ricordai che Franco Ratti, un amico che fa il sindaco e il medico condotto in mezzo alle risaie della Lomellina, mi aveva spiegato un giorno che il peggio veniva a trenta minuti dopo il tramonto e durava un'ora buona.

Poi, più nulla.

Infatti, tempo un'ora, la tortura finì come per un ordine planetario.

Ma la notte che seguì fu agitata per tutti.

Verso l'una Angelo uscì dalla tendina esasperato dal mio russare.

Valentina ghignò: "le zanzare smettono, lui no”.


30 - L'ora infuocata (06:28)

La storia è nota.

Fetonte salì alla reggia del Sole suo padre e gli chiese di lasciargli condurre per un solo giorno il cocchio dai cavalli alati che dà luce alla Terra.

Dopo molti dinieghi, il re acconsentì, ma diede il ragazzo severe istruzioni.

Non salire troppo, disse o brucerai le case degli déi.

Ma non devi nemmeno scendere troppo, perché incendieresti la Terra.

Fetonte frustò i cavalli ma perse il controllo del carro.

E in un attimo, scrive Ovidio nelle Metamorfosi, "i punti più alti della terra si incendiarono, il suolo si disseccò, si crepò e perse gli umori, i pascoli ingiallirono e alle piante si bruciarono le fronde".

Ora eravamo davvero sul Nilo infuocato, su una strada blu elettrico nel deserto ocra, in mezzo ad arcipelaghi di isole, come tra Luxor e Abu Simbel.

La maledizione di Fetonte gravava su di noi, ammoniva agli incoscienti aurighi del presente, annunciava con millenni di anticipo l'arroventarsi della terra e la stoltezza degli umani.


31 - Il nome (07:18)

Al Ponte della Becca avremmo lasciato il barcè con il suo straordinario pilota, per imbarcarci su una piccola meraviglia cabinata con albero reclinabile che ci avrebbe portato fino al mar d'Oriente.

Il proprietario, Paolo Lodigiani, c'era venuto incontro in bicicletta e ci aspettava fumando la pipa sul solitario imbarcadero di Rea.

Lui che aveva battuto i mari del mondo, non aveva mai visto nulla di simile.

Il ritmo antico dell'avvocata, lo scorrere delle Rive, i nostri canti, l’allegro disordine dei bagagli.

Tutto era nuovo per lui.

"Come si chiama la barca?” chiese il nuovo passeggero.

"Veramente non ce l'ha, il nome," rispose Angelo da poppa, vagamente imbarazzato.

Valentina: "Che strano, le barche di mare hanno tutte un nome, quelle di fiume niente".

"Beh, bisognerà pur chiamare in qualche modo questo barcè," insistette il buon Lodigiani, e si mise a pensare tirando di pipa.

Pensammo tutti, ma non ci venne in mente nulla.

Poi mi venne il nome, Morimondo, e ricordai.

Venne all'improvviso e non lo dissi a nessuno.

C'era una volta un villaggio tra le risaie sulla riva sinistra del Ticino, una locanda con un fuoco acceso e una donna in nero che mi guardava con occhi abissali.

Aveva il profilo caucasico e mi era già apparsa in tanti viaggi.


32 - Confluenza alpina (13:53)

Nel tratto di pianura del Ticino vedemmo ancora risaie, monasteri, fabbriche, campi di battaglia, le terrazze fluviali sul canale Villoresi, la vista immensa sul Rosa, il ponte guerreggiato della Buffalora e quello più pacifico, di barche, vicino a Bereguardo.

Io vidi un fuoco acceso della locanda della mia Morimondo e, più a valle, le torri di Pavia.

In una biblioteca di Brescia avevo visto di sfuggita una carta ottocentesca del Ticino che mostrava una densità mai vista di toponimi.

Non c'era meandro, cascina, ramo laterale, passerella, casa isolata che non avesse un nome.

Una densità di toponimi da mal di testa.

Era la rappresentazione di un luogo vivo e abitato in ogni anfratto.

Molto più vivo e conosciuto di oggi.

Ci avvicinavamo al miracolo di un fiume selvaggio incastrato nel cemento di mille paesi, officine, filande e capannoni.

Entravamo in un dedalo dei mille rami laterali dalle mille sorgenti d'acqua pura che aiutavano le piante indigene a resistere alla pestilenza dei pioppeti e all'insulto del cemento armato.

Il suo alveo era largo fino a 5 km, potevi perderti lì dentro, o incontrare silenziosi pescatori sul barcè o rintanati in tane fumose nei giorni d'inverno.

Era sul Ticino che si trovava nel nostro approdo, e per raggiungerlo dovevamo risalire il fiume per un piccolo tratto verso Pavia, ma il Po ci spingeva veloce verso Valle, e ogni metro diventava un pezzo di strada in più da fare controcorrente.

”Controoo! Controoooo!”

Gridò Angelo alla vista dell'affluente che ci veniva addosso da sinistra, e si mise a vogare alla rovescia con un anticipo che mi parve esagerato.

Ma non è mai troppo presto per una confluenza simile: la barca pesava più di una tonnellata e l'inerzia era così forte che restammo a lungo immobili prima di poter risalire.


Parte Terza «Morimondo» di Paolo Rumiz (lettura di tutti i capitoli da 33 a 48) (02:40:30)

33 - Epifania della vela (05:04)

L'avevo visto per la prima volta tra i monti innevati del lago di Como, ed ero rimasto senza parole. 

Non sembrava possibile che quel guscio di noce di 5 m, con quattro cuccette spartane sotto coperta, un boma esagerato, un bompresso di 50 cm e un albero reclinabile posizionato troppo a prua potesse portarci sul Po. 

Già il nome lo rendeva un oggetto letterario perfetto: in toscano significava "gatto testone", un personaggio da fiaba di Collodi. 

Nelle acque del Lario l'avevo sentito miagolare nelle vecchie giunture, quasi ad avvertire i topastri che avremmo trovato sul fiume d'Italia. 

Mi lasciai prendere dalla magia dell'acqua dolce, da quell'andare silenzioso tra sponde che rimandavano ogni scricchiolio di bordo e mettevano voglia di cantare.


34 - Ombre sul Lago Gerundo (12:14)

Valentina narrò del Lago Gerundo, una sterminata zona acquitrinosa fra il Lambro e l'Adda che in età romana si estendeva ancora fino alla provincia di Lodi, e oggi è segnata, in mezzo alla campagna, dalle rovine di torri dotate di anelli per l'ormeggio delle barche.

Quello spazio a sud di Milano è diventato il regno degli esperti di criptozoologia, cioè di animali immaginari, o dei quali non è stata approvata resistenza. In cui nelle acque ferme si dice crescessero bestie spaventose e pare che gli abitanti di Calvenzano avessero eretto una muraglia di 15 km per proteggersi dalle incursioni notturne di un mostro lacustre a sei zampe.

Se ci fossimo addentrati in qualche lanca per passarvi la notte, forse avremmo rivisto le fauci spalancate della creatura sputafuoco che in terraferma ci aveva guardato dallo stemma dei distributori Agip.

È dalle parti del Lago Gerundo che, in un paese chiamato Almenno San Salvatore pende dall'abside di una chiesa la costola di un animale gigantesco; a Sombreno, poca distanza, un osso di dimensioni analoghe - forse di mammut - è esposto nel Santuario della Beata Vergine; ma lo stesso reperto si può vederlo custodito anche nella chiesa di San Bassiano in parrocchia di Pizzighettone sull'Adda, a nord di Piacenza.

A Lodi, poi, la memoria del diluvio sopravvive nella tetra leggenda di un mostro acquatico serpentiforme detto Tarantasio, cugino stretto della Tarasca, divoratrice di viaggiatori sui ponti del Rodano, e dalla quale prese il nome Tarascona, la città di Tartarino.


35 - Voglia di naufragio (08:01)

Bevemmo due bottiglie di Bonarda e fu speciale guardare l'acqua passare avendo vino in corpo.

Valentina bella ciucca partì con una delle sue citazioni enciclopediche: chiamò a raccolta un'enormità di affluenti e subaffluenti, la corte infinita di Naiadi e Ninfe spumeggianti, evocò acque che lei aveva disceso tra rocce e vertiginosi calanchi; tutto questo per dire che, dopo tanto perdersi in acque torrentizie, era giunto il momento del Po.

E ci stese con una frase pazzesca: "voglio perdermi in questo collettore.”

Eravamo contagiati da un insano desiderio di naufragio e dalla nitida percezione di essere - noi, proprio noi - nel baricentro della pignatta Padana.


36 - Sottocoperta (11:16)

Cominciai a considerare gli aspetti positivi di quella barchetta a motore.

Il primo era che potevo farmi una dormita quando volevo.

Il secondo era che riuscivo finalmente a scrivere in pace perché non c'erano più remi da smanettare. Potevo finalmente aggiornare la mia la mia lunga mappa maniacale a forma di storione; e potevo anche tirar fuori dalle sacche stagne la piccola biblioteca di bordo e allineare i libri sullo scaffali di prua.

E poi, altra meraviglia, tutte le volte che Paolo spegneva il motore e alzava la vela, sotto coperta potevo sentire il rumore del fiume assai meglio che in canoa.

La chiglia di legno era una cassa armonica stupendamente gorgogliante, un sonar che sembrava percepire persino la distanza dei fondali.

La sotto, lo spazio era talmente poco che, per non trasformarlo all'istante in un porcaio, eravamo obbligati a un ordine perfetto, quindi quel campo base navigante era una magnifica scuola di economia domestica.

La barca è forse la più perfetta delle case perché non c'è mai il rischio che ti sopraffaccia.

Ma soprattutto tu viaggi con lei, te la porti dietro come una chiocciola e non puoi ridurla a un letamaio.

Il pendolarismo tra il dentro e fuori si riduce ai quattro passi tra il timone e la cuccetta.


37 - Le spire (16:04)

Po si contorceva per il puro piacere di fare acrobazie.

Il greco è lingua superiore, e la parola "meandro” conteneva già tutto il senso di quella follia, la quintessenza divagante e imprevedibile dell'acqua.

Ma il fiume è anche narrazione: e poiché, nel discorso, meandro è sinonimo di tortuosità, digressione e intrico, ecco che censurare i meandri di una discussione equivale a castrarla del suo meglio.

Sono le digressioni delle favole la cosa che piace di più ai bambini, e sono sempre i meandri a farci penetrare un romanzo con maggiore efficacia.

Quindi per questo, rettificare i torrenti è roba da plotone di esecuzione: si devasta chi sta a valle.

Un fiume rettilineo impazzisce, parte alla carica come un rinoceronte africano in una piantagione geometrica.

Per questo il meandro è anche metafora grandiosa: la ricchezza dell'arrivo a Itaca sta negli infiniti giri che per anni Odisseo compie per raggiungerla.

E davvero non c'è niente di peggio che una vita tirata con righello, priva di paure, incidenti, errori e ritorni.


38 - La corte dimenticata (10:41)

Subito oltre l'argine, Corte Sant'Andrea svelò una meraviglia settecentesca e un italianissimo abbandono.

Cittadella in mattoni di sconvolgente bellezza, partorita dalle utopie dei Lumi, quell'azienda-modello della Padania fertile era diventata un nido di tortore, ragnatele e topolini di fiume, con soli 17 abitanti contro i 450 del secolo prima.

Non avevo mai visto un più perfetto luogo-simbolo della terra dei grandi fiumi d'Italia e della sua economia in Francia o in Germania un posto simile sarebbe stato restaurato e aperto al turismo di qualità: lì il comune aveva a malapena i soldi per aprire dei cessi per pellegrini.


39 - Voci nella notte (08:22)

Milano era vicina, eppure il buio e il silenzio avevano una dimensione planetaria dell'altopiano etiopico.

Ripensandoci, quella notte sull'argine di Corte Sant'Andrea capii cos'era successo con le alluvioni del Po, segnalate per prima cosa dagli animali, dai muggiti disperati nelle stalle e dalla grande fuga delle bisce, dei topi e delle blatte fin dentro i solai dei casali.

Poco prima dell'alba la portata del fiume sembra aumentare e le cime avvinghiate all'imbarcadero presero a lamentarsi, così sotto coperta si cominciarono a sentire miagolii, poi la cassa armonica del Gatto amplificò un rombo come di treno che passa lontano su un ponte.

Un treno che non finiva mai, o forse una cascata.


40 - Il santo traghettatore (10:26)

Verso le otto un ronzio bucò il silenzio.

Era la barca a motore di Danilo, il traghettatore solitario.

Ci veniva incontro dalla riva Emiliana, puntino in controluce sopra il nastro traslucido migrante.

All'imbarcadero c'erano tre giganteschi olandesi intabarrati che lo aspettavano sacco in spalla; lui ricaricò sul motoscafo poi ci disse: "venite, vi aspetto sull'altra riva”, come se la visita di cortesia non fosse da mettere in discussione.

Parlava e parlava il buon Danilo, senza riuscire a stanare dalla cucina una misteriosa moglie che forse non ne poteva più di pellegrini e rievocazioni in costume.

Ma noi convenimmo che c'era assai più anima nella perorazione di quell'uomo semplice che nella lezione di cento cattedratici.

Fu un piacere speciale ascoltare il santo traghettatore quando ci dipinse un fiume assai più largo di quello attuale, verso in una topografia ramificata di ponti, isolotti, canali e guadi.

Parisi trasse dal suo parolaio fluviale nomi a noi del tutto nuovi, come botterone, mezzano, novalestri e mortizia; il tutto per spiegare come in antico il fiume, spalmato sul territorio più vasto, rallentasse in modo molto più visibile, in quel punto fra la collina di San Colombano e il dosso di Stradella.

“Qui si passava, qui era il guado, non servivano nemmeno i ponti. Si tagliavano piante e si facevano zattere, poi si lasciava che andassero, e si passava di isola in isola. Si andava un po' a piedi, un po' in zattere un po' in barca. E così hanno fatto tutti. Prima i romani, per attaccare briga con Annibale dalle parti del Ticino, poi le armate francesi del 1700, poi i tedeschi nel 1945 dopo lo sfondamento della linea gotica. È qui che passa un bel pezzo di storia del nord Italia.“

Come sempre, le cose belle del mio smemorato paese nascevano dalla testarda resistenza di pochi, in quello strano spazio di libertà consentito dall'indifferenza dei potenti.

Il traghettatore dimenticato raccontò delle sue "attività culturali” corsare, disse di librai, orchestrali e teatranti che venivano a far festa sul prato accanto all'argine.

"Tutto," disse, "riesce bene col Po. Bancarelle di buone cose, picnic, tornei di briscola e partite di rugby.“

E disse "col Po”, attenzione, non "sul Po, "come se quella del fiume non fosse una banale collocazione geografica ma un aiuto volontario e personale.

Era il Po, che diamine, che gli dava una mano a riempire di senso quel luogo: ma a capirlo erano in pochi, e quei pochi spesso stranieri.


41 - Le Naiadi (08:08)

Quando tornammo sul fiume selvaggio, col motore al minimo, il capitano beatamente diviso fra pipa e timone, giunsi a una conclusione irreversibile. 

Po era una donna. 

Lo era per il semplice motivo che l'acqua era femmina, punto e basta. 

Come avevo potuto farmi gabbare dalla “o” del monosillabo? 

"Po, quanto sei bella," mormorai, e funzionava benissimo. 

Ma sì, la storia del Dio maschio era una balla letteraria: mi ero rotto di Eridano ubriacone e dei complessi di Edipo dei suoi figli.

In fondo anche in mare, con quel rompicoglioni di Poseidone lì a pavoneggiarsi come un galletto sul letame, l'anima del profondo era controllata da una folla di Naiadi e sirene. 

Il fiume è un ventre materno che ti inghiotte e ti sputa, poi ti fa morire di nostalgia e bramare il naufragio del Delta. 

La sua corrente è un dilagare di liquido amniotico, un utero gravido capace di rompere le acque all'improvviso. 

Era così ovvio!

Po era diventato maschio solo da poco, quando era stato desacralizzato dalla razza predatoria.


42 - Il paracarro (10:26)

Gli argini altissimi e il cemento impedivano a Piacenza di godersi con la sua posizione pazzesca, di baricentro del Nord, ma la città era italianamente separata dal fiume. 

Gli unici affacci erano le società di canottaggio. 

Lì, tra Rimini e Milano, ero finito sul gran paracarro intermedio della più famosa strada dell'antichità. 

Era da lì che la romana via Emilia si divaricava ad angolo acuto rispetto al fiume come la mascella inferiore di un caimano. 

Quante volte avevo cercato la leggenda su quella fantastica dirittura che, sul piede dell’Appennino, spaccava le città come una spada dei samurai! 

Com'era possibile? 

L'Emilia era l'unica regione al mondo ad aver preso il nome da una via, eppure vi leggevo una distrazione simile al fastidio nei confronti del secolare manufatto, e spesso avevo visto persino i reggitori della cosa pubblica snobbare il grandioso mito fondativo in esso contenuto. 

Viaggiavo in una regione in crisi di nervi.


43 - Malstrom (10:32)

La madre, il Po, rimbalzava invece di ancheggiare, si dibatteva anziché disegnare morbide parentesi.

Un grande cambiamento era nell'aria.

Il motivo ci fu chiaro in fretta.

Al gomito di roncarolo, dove può si avvitava su se stessa tornando bruscamente a nord sulla spinta del Nure, ci accolse un gorgo immane, un mastrom di ramaglie e di rifiuti, segno che lei rallentava ancora, ma stavolta non era un rallentamento naturale.

Era l'effetto del lago morto che tra una decina di chilometri si stendeva a monte di Isola Serafini, dove era stata costruita l'ultima grande riga.

La più grande, la più implacabile disgraziata, quella che aveva spezzato il fiume e sterminato le specie migratorie.

Sulla mia mappa affollata di annotazioni, il luogo era segnato con una parola sola, "Orrore", e quel gorgo di residui a Roncarolo già lo annunciava.


44 - Il gigante (11:28)

A San Nazzaro, dove Po divenne lago, ci aspettavano una cena, un letto vero e una delegazione di amici che era venuta ad aspettarci arriva sotto un campanile giallino, e ci tirò una cima per darci una mano.

Tra questi Oscar Gandini, classe 1933, un collezionista di meraviglie fluviali che sarebbe stato per noi il quinto incontro importante del viaggio.

"Se andate via di qui senza aver visto i miei attrezzi, alla vostra storia mancherà qualcosa”, così esordì solennemente aprendoci il portone del cortile.

Divorato dalla curiosità per gli utensili dell'uomo, in mezzo secolo di esplorazione a bordo Po, aveva accumulato un inestimabile tesoro della memoria.

Così secoli di storia parlavano dal solaio di una casa di San Nazzaro.

Gandini era un gigante con pellaccia e scalpo da capo indiano, cespugli al posto delle sopracciglia e dieci dita capaci di tutto.

Non era semplicemente emiliano: era l'Emilia in sé, con la sua bonomia e la sua ingegnosità operativa.


45 - Annibale (11:41)

Ricordo molto bene quando vidi la prima volta Annibale il concaro, governatore antico della chiusa che sola ti consente di passare oltre lo sbarramento che è chiamato Isola Serafini e che divide, anzi sarebbe meglio dire spacca, l’aorta del paese in due tronconi.

Fu lì che incontrai Annibale, e nessuno mi tolse dalla testa che l'avevano chiamato così per via dei guadi della Seconda guerra Punica che costellavano il suo fiume proprio da quelle parti.

Annibale Volpi era un’arca di storie e memorie, ed era logico che lo fosse visto che presidiava la strettoia del fiume con l'attenzione di un doganiere.

Di viaggi, per saper narrare, non è strettamente indispensabile macinare chilometri.

Quello che conta è ascoltare i flussi e il buon concaro, che adorava poco e non si era mai mosso dal territorio fra Cremona e Caorso, li acchiappava tutti.

Fra Torino e il Delta, nulla gli sfuggiva: di voce in voce, da viaggiatore a viaggiatore, le storie gli arrivavano da lontano a velocità stupefacente.


46 - La donna in nero (13:05)

Una volta, il Venerdì Santo si legavano le campane e fino alla mezzanotte tra il sabato e la domenica si lasciava che un cupo silenzio avvolgesse i paesi e le città.

Anche a Monticelli fu una notte agitata.

Impossibile dormire in quella tempesta di memorie tra morte e resurrezione.

Nemmeno lo sciacquio sentivi: era come se qualcuno avesse tolto l'audio alla navigazione.

Mormorai una litania per non arrendermi a quel silenzio oceanico.

Nomi di fiumi, e mi vennero tutti di donna.

La notte Padana era piena di visioni e fu allora che la vidi, immobile su una chiatta.

La donna di Morimondo era di nuovo lì, pallida, duri zigomi persiani e grandi occhi bui.

La regina nera era tornata come a Kabul, Belgrado e Baltimora.

Stavolta aveva un pullover di tenebra a girocollo, pantaloni attillati dello stesso colore e una sciarpa color senape.

Portava monili al collo e alle orecchie, e mi guardava ferma, perfettamente a suo agio su quel pontone come sui moli e sotto le pensiline delle stazioni dove l'avevo vista le altre volte.

Sembrava un Martin pescatore in attesa di tuffarsi, ed era eretta e sottile come il fuso di un arcolaio.

Come sempre non disse nulla e, come le altre volte, io sentii nel diaframma qualcosa di simile a una deflagrazione.

Provai a gridare "Chi sei”, ma dalla gola non uscì che un soffio, ma quel soffio bastò a rompere il silenzio.


47 - Lo sbarramento (06:43)

Venne il mattino e noi non sapevamo ancora come sarebbe andato quel maledetto trasbordo oltre la diga della malora.

La chiusa era inagibile.

L'acqua a valle era troppo bassa, nettamente più bassa del fondo della camera stagna dove saremmo dovuti entrare per superare il salto.

Il letto era sprofondato di altri due metri e le barche restavano troppo basse in confronto alla conca.

A valle le barche potevano entrare e uscire solo in caso di piena, e poiché non c'erano piene da un anno, era da un anno che lo sbarramento di Isola Serafini non lo passava più nessuno.

Nemmeno i pesci passavano, li vedevi a valle e a monte girare in tondo come pazzi, sorvolati dai aironi assassini.

Si incaponivano a risalire quell'utero infinito che non portava da nessuna parte, e che in 300 km aveva offerto loro pochissime oasi di acqua ferma dove tirare il fiato.

Molte specie si erano estinte, gli storioni soprattutto, abituati a transumare come le trote o le anguille.

Alla fine, per passare, non ci restava che la gru.

Un braccio meccanico che sollevasse il Gatto e lo deponesse a valle calandolo nel vuoto.

Venne un'autogru che piantò nell'erba quattro zampacce da grillo-talpa, fasciò la barca con tiranti sotto la chiglia, la sollevò fin sull’orlo del burrone, poi iniziò a calarla, lentissima in un selvaggio turbinare di gabbiani.


48 - Pirati (06:34)

Arrivammo a Monticelli in un momento di grande concitazione: era scattato l'allarme pirati e potemmo assistere in vivavoce a uno scambio di telefonate roventi tra pescatori, vigilanti e il gruista, asserragliato al suo tavolo di lavoro come un fante in trincea, assieme a sua moglie Cristina.

"I soliti rumeni hanno preso un cigno col cappio dell'Oasi del Pineto," gridava qualcuno dall'altra parte del filo, qualcuno che asseriva di averli visti, "l'hanno accoppato e ora di sicuro se lo mangiano".

"Distruggono la Riviera" ringhiò la donna, "ma stavolta non la devono passare liscia. Quel cigno era un simbolo. Dobbiamo mandare la polizia".

“I politici guardano allo spread ... Ma vai in c.... lo spread, a noi serve ordine, perché se non c'è ordine non c'è sviluppo. Qui ci sarebbe un magnifico turismo, ma la gente ha paura .... un fiume intero è ostaggio dei pirati ".


Parte Quarta «Morimondo» di Paolo Rumiz (lettura di tutti i capitoli da 49 a 77) (04:22:39)

49 - Pesci mai visti (09:30)

L'Oste Valentino Cattivelli ci raccontò: “Tutto è cominciato una quarantina d'anni fa, quando un mattino abbiamo trovato nelle nasse un pesce mai visto prima.

E’ stato allora che abbiamo capito che il vecchio Fiume stava cambiando, diventava un'altra cosa".

A tavola, tra un Nebbiolo e un asparago, Annibale ci descrisse minuziosamente l'Apocalisse di cui era stato testimone.

E lo fece con surreale allegria, come se sapesse in anticipo che la natura, in un modo o nell'altro, si sarebbe rifatta sull'uomo ristabilendo a suo vantaggio gli equilibri.

"Il pesce", continuò, "aveva un grugno così ed era grosso, c'era parso una specie di pesce gatto, poi pensammo a una bottatrice. Per mesi non si parlò d'altro nella Bassa. Solo dopo due-tre anni ci è apparso chiaro che quello era un siluro. Una creatura aliena, capace di raggiungere dimensioni enormi, e di mangiarsi anche le anatre e le nutrie".

"Ma come è arrivato?" Gli chiese Valentina.

"È successo che i pescatori padani l'avevano immesso nel fiume perché avevano rifiutato in anticipo che l'inquinamento avrebbe terminato le specie locali. E poi non gli sembrava vero, a quelli lì, di avere una bestia da 100 kg da mostrare agli amici nelle foto. Ecco, come per i cinghiali che stanno distruggendo le campagne. Li hanno portati i cacciatori. Difatti non sono quelli nostri. Quelli sono giganti portati dall'Ungheria".

“Questo è niente", disse il Volpi con una risata," qui un giorno hanno pescato un piranha, buttato da qualcuno che aveva svuotato l'acquario. È così che sono scomparsi i pesci indigeni come la tinca, l'anguilla, il luccio o la cheppia. Presto i padani non ne sapranno più nemmeno il nome".


50 - Le acque svendute (05:58)

Anche Adda era stanca, esangue, sperduta, diceva soprattutto il patimento, narrava l'avidità dei Lombardi, il ladrocinio delle acque nelle valli del Brembo e del Serio, le ferite infette al serpentino della Valmalenco, il cemento di Bormio in fondo alla Valtellina, l'imbroglio delle centraline idroelettriche che per un nulla di energia sterminavano i torrenti delle Orobie, i ferri arrugginiti degli impianti di sci in fallimento in terra bergamasca e sopra Sondrio, piantati a quote troppo basse, dimenticati come vecchi ramponi sulla gobba di un capodoglio.

L’Adda stessa si era ridotta a uno scolo governato dalle saracinesche dalle centrali idroelettriche e ora scendeva esausta della grande Valle Padana, sfiancata dalle manomissioni, dall'assalto agli ultimi paradisi di camosci e marmotte come la Val Grosina e la Val Fontana, la svendita sempre possibile di torrenti dai nomi favolosi e millenari.

Era l'acqua, sempre l'acqua che si faceva carico dei nostri peccati.


51 - Settenari ardenti (11:22)

“Po!” gridai, e l'argine rispose "Po!" con un timbro più cupo.

Fu allora che Paolo Lodigiani si scosse e mi affidò il timone per scendere furtivo sotto coperta.

Armeggiò a lungo nel vano di prua intasato di bagagli, poi ne uscì con un grammofono in mano.

Non disse nulla, ma il messaggio era chiaro.

Stavamo entrando nel Parmense, Busseto era oltre l'argine, e bisognava celebrare Verdi in qualche modo.

Il comandante piazzò la diavoleria sulla tolda, poi la accese cercando di cavarne il massimo del volume.

Sentimmo un gracchiare da settantotto giri, quindi partì la voce tonante di tenore, Riccardo, governatore di Boston.

Eravamo soli, col Ballo in Maschera che echeggiava sulle rive deserte, come se intorno non ci fosse anima viva, come se Stagno Lombardo e Polesine Parmense, San Daniele Po e Zibello, profumata di delizie, fossero solo paesi fantasma.

E intanto il sole scendeva in un incendio alle nostre spalle.


52 - La lanca (12:30)

La carta ci disse che cominciavano le acque ferme, malinconiche, della pianura illimitata.

Registrai un'altissima densità di toponimi d'acqua in terraferma: San Matteo delle Chiaviche, Sabbioneta, Stagno Lombardo, La Pioppa, Acquazza, Bocca Chiavica e Bocca Bassa, per non parlare del formidabile Cascina Alluvioni.

Pochi, in quel grande nulla, i paesi che usavano avvicinarsi all'argine: Pomponesco, Dosimo e Casalmaggiore.

Fu navigazione veloce, le torri campanarie di Polesine Parmense e di Zibello ci passarono accanto come una visione, poi precipitammo nella sera.


53 - Il siluro (12:51)

Fra Mantova e Cremona in pochi giorni hanno rubato settanta motori e i ladri non li ha visti nessuno.

Il fiume è alla mercé di chiunque.

E la gente invece di prendersela con gli uomini se la prende con i siluri.

Io so che l'unico vero rischio che corri in barca è di rimanere a piedi, o che ti rubino il motore mentre stai a cazzeggiare a pranzo.

Ma come si fa a vedere i siluri? Chiese qualcuno.

I siluri a caccia li puoi vedere se c'è la piena.

E non è pericoloso: non ti caga nemmeno di striscio il siluro.

Il maschio ti morde solo se gli vai a pestare le uova.


54 - "Ibant oscuri" (09:15)

Passarono barche nere e si videro nere ombre camminare sulle acque.

Briganti? Pescatori? Balordi? Ladri? Bracconieri?

Alla vista di quelle anime vaganti senza nome, mormorai litanie virgiliane imparate al liceo.

E fu notte inquieta, punteggiata di stelle e lampadine frontali.

Notte senza grilli ma risonante di soli uccelli, un frastuono da foresta pluviale.

Cantavano come invasati, era una gara di gorgheggi di maschi in amore.

Dio, che incanto doveva essere questo fiume cent'anni fa, sospirai, per dire che gli avevano rubato tutto.


55 - I torrenti (11:23)

“Qui dovrebbe esserci il Taro ", disse, appena fummo in navigazione, l'unica donna a bordo; e subito il bell’affluente dal nome maschile si mostrò.

Fu allora che li sentii: cantavano scendendo a precipizio, spumeggiavano dentro valli parallele come canne di un flauto di Pan, fra calanchi e pezzi di meteoriti, in una contorsione di rocce sconosciuta alle Alpi, gli affluenti appenninici rotolavano a valle pronti a percuotere la piana con spaventose piene ma anche a scomparire, riducendosi a rigagnolo a velocità stupefacente.


56 - La soffitta di Alice (06:25)

Ci rimettemmo nel fiume maggiore e lì, dopo tanto andare da ramingo, mi venne in mente Alice, e la sua casa, dove la mia fantasia aveva cominciato a volare - o forse navigare - in libertà e a prendere le prime misure del mondo.

Abitava al piano di sopra, in una di quelle mansarde con abbaini che oggi sono loft per ricchi e ieri, nei palazzi che la borghesia Triestina aveva ereditato dall'Austria-Ungheria, erano appartamenti per la servitù.

In fondo a un corridoio, sulla sinistra, c'era una soffitta piena di cianfrusaglie, di quelli che ai bambini di oggi sono negate.

Vi trovai, ricordo, un elmetto tedesco, un macinino da caffè bosniaco, una pistola scarica della grande guerra, un fez turco, cassoni pieni di vestiti usati.

Ma quando la bora soffiava forte e la soffitta tremava come un veliero in alto mare, allora scappavo nella sua cucina, dove mi attendevano altri talismani: la radio era lo scrigno di tutte le meraviglie, era enorme, e di sera la ricezione diventava più nitida e potevo sentire voci provenienti dal Giappone e dalle Isole Falkland.

Erano gli anni del mondo in bianco e nero, ma la mia fantasia era tutta a colori, viaggiava in mongolfiera a distanze sconosciute e inconcepibili.

Nella cucina di Alice lessi una magnifica edizione dei “Viaggi di Gulliver", lì aprii il mio primo Atlante e lì dalla finestra spiai i soldati anglo-americani in giardino mentre fumavano King size.

Lì imparai i profumi del mondo: zenzero, mate, tè nero, caffè, datteri e cannella.


57 - Il blues (06:38)

La sponda Emiliana fra Parma e Modena, un tempo era palude piena di briganti, disse Alessandro, oggi è una terra umida che sa di nebbia e culatello, ma è soprattutto la terra dei bluesmen, i bluesmen della Bassa.

Stanno tutti lì, sul tragitto della mitica ferrovia Parma-Suzzara via Casalmaggiore.

Ma, non so proprio come tra il liscio e le zanzare sia spuntato questo blues, borbottò Lodigiani tirando di pipa dietro una copia della “Gazzetta di Parma”.

Non lo so esattamente, certo è che questa è una terra che accende visioni.


58 - La scialuppa (09:56)

Viaggiavamo 7-8 m sotto l'argine e in quella assenza assoluta di visuale provai ad aggrapparmi alle visioni.

Nella mappa di Po ne avevo un serbatoio inesauribile, e mi buttai sulla brandina per darci un'occhiata.

E poiché mancava spazio nell'abitacolo, la stesi contro il soffitto e mi persi a pancia in su nel dedalo della foce.

E lì fu inevitabile pensare al vecchio Slobodan, un navigatore solitario serbo che anni prima, in un porticciolo del Montenegro, mi aveva condotto per mano nei misteri del sogno abbinato alle carte geografiche.

Mi compare spesso quando fantastico tra le pagine di un atlante.

Abitava in un improbabile barcone a vela dalla chiglia in ferro; se ne era andato anni prima da Belgrado e viveva spostandosi da un porto all'altro, all'avventura, sbrigando piccoli lavori.

Mi portò a bordo e mostrò la sua cuccetta, assai sacrificata rispetto allo spazio di cui disponeva, ma il loculo aveva sul soffitto una mappa del Mediterraneo, che disegnava un efficace sfondamento prospettico, quasi una finestra verticale.

Ecco, disse, con questa sogno prima di addormentarmi.

E aggiunse: il capitale di un uomo sono i sogni.

Il resto non conta.

Slobodan mi narrò la storia della barca.

Era successo che proprio lì a Bar la Marina jugoslava stava demolendo un intero cacciatorpediniere e lui aveva comprato all'asta per pochi dinari una delle scialuppe di salvataggio, un bestione di 15 metri, e l'aveva trasferita sul rotaia fino a Belgrado, nel giardino di casa.

Lì l’aveva trasformata in abitazione navigante, dotata di un solido albero abbattibile, quindi varata nel Danubio per scendere il fiume degli Argonauti fino al Mar Nero e circumnavigare la penisola Balcanica.

Tutto questo solo per arrivare al porto di Bar; 4.000 km per tornare al punto di partenza ... una perfetta Odissea.


59 - Il baleniere (05:21)

A Casalmaggiore sarebbe stato bello ritrovare sull'argine Umberto Chiarini, ma - pensai con un tuffo al cuore - Umberto non c'era più perché era morto all'improvviso, dopo aver brindato a una grande vittoria referendaria contro il nucleare e la privatizzazione dell'acqua, e aveva avuto un gran funerale di fiume, con migliaia di persone giunte da tutto il Nord.

Sull'argine non ci fu nessuno che non piangesse, quel giorno. Non era solo uno che si occupava di Po, l'Umberto era Po.

Ne aveva la furia e la quiete, la forza e l'imprevedibilità, e nel suo parlare la durezza lombarda creava un magnifico equilibrio con l'estroversione emiliana.

Aveva un barbone bianco da baleniere, un naso polposo avido d'aria, e l'occhio incendiario del capo popolo.

Non ne poteva più di sentir parlare di precipitazioni eccezionali.

La pioggia non c'entra - diceva - è il sistema Padano che non regge più; oggi un paio di giorni di temporale sono sufficienti a far scattare i prefetti e la protezione civile ... Ti sembra normale?


60 - La rapina (06:55)

Po non era in magra, ma egualmente il ponte di Viadana lasciava a nudo le fondamenta dei piloni.

La sofferenza della struttura era il monumento al disastro, all'abrasione dei fondali allo scandalo del furto delle ghiaie.

Era chiaro: il fiume sprofondava, andava all'inferno, e un giorno si sarebbe portato dietro anche il ponte.

Tantissimi ponti crollavano per quelle erosioni letali.

Ma il monumento in calcestruzzo di Viadana era anche il monumento alla frottola - data da bere a tanti - secondo la quale scavando di più si dà più spazio all'acqua e si scongiurano le inondazioni.

La verità è che non ce ne sono mai state tante come da quando gli scavi sono usciti di controllo.

È vero, dopo una piena ci sono spesso enormi accumuli di ghiaia che ingombrano il letto, ma si tratta quasi sempre di fenomeni temporanei, perché alla fine della successiva, tutto quel materiale sarà ridistribuito a valle, sgretolandosi e diventando più leggero, dunque più facilmente trasportabile.

A questa millenaria saggezza del fiume il popolo dei furbetti ha contrapposto la rapina su scala industriale, e sono bastati due o tre decenni a guastare una meravigliosa macchina di vita.


61 - Paso doble (10:08)

Illuminata nella sera come un hotel di Las Vegas, la Stradivari, ammiraglia delle poche navi da crociera di Po, ci aspettava nel porto di Boretto con capitan Landini impaziente a prora e una tavola di prelibatezze in sala ristorante.

Una volta a bordo ci demmo subito dentro col blues.

La chitarra di Alex suonò fino a farci salpare su un vecchio battello a pale per l'Alabama e il Tennessee.

Il sound del viaggio pareva ormai tutto americano.

Ma la musica era poi improvvisamente verso Sud, cercando altre Americhe.

Sul grammofono di Giuliano si sentì un tango argentino e una coppia solitaria si prese tutta la tolda per ballare.

I due danzatori danzarono nel tramonto, concentratissimi, a un metro dalla voragine del fiume.

Ci ipnotizzarono.

Osservai il passo doble, e mentre seguivo l'intreccio delle scarpe lucidate, si mise in moto un film dove dividi il mio vecchio, cinquant’anni prima, scivolare in divisa da capitano, elegante tra esagerati décolleté, su pavimenti in doghe di noce.

Pedro Domingo era nato a Buenos Aires nel 1917 da emigranti friulani e anche se poi aveva lasciato l'Argentina a 6 anni, si era portato in Italia l'anima del Sud America.


62 - Brindisi sovietici (16:47)

Non appena la magia sulla tolda finì, la strana crociera alcolica della Stradivari ci spinse a sorpresa verso altri lidi.

Eravamo già persi nei canneti del Rio della Plata, quando apparve la Russa.

Era un’innamorata della steppa che dopo aver battuto per anni il Volga, la Neva, il Don e i labirinti lacustri della Carelia, aveva scelto di dedicarsi al fiume padano, dove aveva anche girato dei film.

E fu così che la donna degli Urali ci portò al cospetto di Volga e ci fece finire a vodka la serata, con una bordata di brindisi solennemente declamati in un russo fitto di “i” come un bosco di betulle.

Io raccontai dei miei brindisi nelle terre slave.

Come in Armenia, dove un pastore dell'Ararat, per ringraziarmi delle storie che gli avevano narrato, aveva aperto una botte di rosso caucasico degno di Noè e alzato il calice a Maria Santissima, agli antenati, ai posteri, ai santi e agli spiriti delle montagne, il tutto per celebrare un giorno che, a suo dire era stato uno dei più belli della sua vita.

Questo è ciò che narrai, e vennero anche altri racconti, mentre sulla tavolata faceva la sua comparsa la vodka.


63 - Il Ringo (14:31)

Eravamo tutti intontiti dai brindisi del giorno precedente, muti davanti al caffelatte bollente.

Solo Giuliano aveva voglia di parlare, anzi era un vulcano di parole.

Ci rovesciò addosso una valanga di storia esilaranti sull'epopea dei fratelli Manotti farcite di termini emiliani che tenta inutilmente di trascrivere.

Cominciò da Franco detto il Ringo, autonominatosi bagnino volontario per conto del comune di Boretto, servizio che aveva continuato a svolgere anche dopo l'amputazione di una gamba.

Era stato lì in barca a sorvegliare il traffico sull'acqua e un po' di gente l'aveva salvata per davvero: ma poi il Comune gli aveva proibito di uscire in acqua e lui, privato del suo mezzo e della sua funzione si era lasciato morire.

Gli hanno tagliato la gamba per problemi di circolazione, fumava cinque pacchetti al giorno.

E poi d'inverno girava anche camicia e jeans e basta, tutto aperto sul petto, a meno venti, Eh!

Ne abbiamo di matti da Boretto a Guastalla ...

Un giorno annuncia: mi butto dal ponte il primo gennaio.

Ci sono 18 metri di salto lì a Boretto, lui dice mi butto, e lo fa per davvero.

Tremila persone sul ponte, traffico chiuso, lui si mette là con la Marlboro in bocca, ci sono le foto appese nei bar nei paesi, c'è tanta gente anche sullo spiaggione tutte le rive piene, il primo gennaio lui si butta dal ponte.


64 - Le vertebre del ciclope (10:04)

Non potevamo partire da Boretto Beach senza rendere omaggio al Re del Po e alla sua cittadella fortificata accanto al ponte.

La curiosità era troppa dopo aver tanto sentito parlare di lui.

Mi attirava dell'uomo quella sana follia, che lo rendeva più interessante di tante anime morte armate di grigio buon senso.

Il frenetico guardiano del fiume doveva avere una capacità di racconto fenomenale e, visti i fratelli, qualcosa di genetico come un grosso diavolo in corpo.

Tra costole e balena, scheletri di insetti, vertebre di ciclopi e teschi di mastodonti giurassici, capimmo che quello che il re vedeva lì dentro doveva per forza essere vero.

Se no non c'era dialogo.

Come tutti i re, dava del tu ai visitatori e aveva una smisurata autostima, come minimo il decuplo della mia, e dilatava le sue percezioni sul mondo al punto che non sente nemmeno il dialogo.


65 - Il funerale (08:47)

Passammo nella pioggia accanto a una draga sputafuoco col muso a forma di lampreda, deposta in cima all'argine accanto al Museo della Navigazione Fluviale, poi traversammo sull'altra sponda per far sosta Pomponesco, in un capanno che avevano chiamato Montecitorio perché lì i patriarchi del fiume, c'era stato detto, fanno le leggi, quelle non scritte di paese.

La stufa era accesa e attorno al fuoco la simpatica banda di legiferanti partì con le lamentele su bei tempi perduti: “Po ha fatto tanto per noi e adesso noi non facciamo niente per Po".

L'esordio fu subito funerale.

Il defunto era il fiume, colui che per millenni aveva regalato ai padani cibo e combustibile in copia e ora, essi dicevano, era ricambiato dai padani medesimi con i veleni.

Il morto era celebrato all'antica, con amici e parenti seduti lungo il perimetro della stanza e un’invisibile bara al centro.


66 - Turbanti e canoe (08:28)

Da quando aveva preso il comando, il riminese cercava sangue barbarico: "voglio donne da altri mondi", disse digrignando i denti, "voglio cacciatori di Frodo e vituperati extracomunitari".

E la sterminata Padania l'avrebbe presto accontentato, infatti le terre mantovane verso Curtatone e Bagnolo San Vito, dove il Mincio luccicava lontano nel bigio, erano punteggiati di turbanti, e ogni turbante aveva un colore.

Ora Po non era né Don né Mississippi: era il Gange del monsone, il fiume sacro degli Indù che trasudava vapori di vacca e incenso, ricotta e stufato al curry.

E i turbanti erano quelli dei Sich, degli indiani e dei pakistani del Punjab, gente di golena che mungeva giorno e notte per tenere in piedi il PIL della Padania.

Due giovani canoisti erano appena passati di là provenienti dal Ticino.

Un pescatore ci disse che navigavano su una robusta canadese a due posti, bella carica di roba. 

Disse: “non ce n'è tanta di gente che viene da così lontano”, e mi diede i contatti di uno di loro.

Ma quei due, l'avrei presto capito, filavano come diavoli e fino a Pila avremmo trovato solo tracce del loro passaggio.

Al giovane canoista mandai quindi una lettera a fine traversata, per capire per sapere nella risposta che aveva navigato a ritmi infernali - 80 km al giorno - e da Vigevano era arrivato a Venezia in una settimana, dopo 450 km e 300.000 pagaiate.


67 - La folgore (10:02)

Scostando un sipario di pioggia in una lanca poco oltre Luzzara, ci apparve una house-boat che si distingueva dalle altre per via di un sacco di gente in mimetica attorno a una griglia fumante.

Non erano pescatori: avevano fucili a pompa e il bosco dei parà.

Con loro, anche donne e ragazzini.

"Andiamo a vedere", dissi, e chiedemmo permesso di attracco.

Ci chiesero da dove venivamo e se avessimo l'ampolla.

L'accenno era al rito padano, saturo di significati secessionisti, inventato da alcune tribù del Nord.

Naturalmente no, risposi, allora venite a mangiare con noi.

Buon Dio, era un raduno di parà; un raduno di nostalgici della Folgore, brigata di paracadutisti e anche famosa divisione "della vita e della morte”.

Folgore! Fu il saluto ripetuto, e si capiva che quelli adoravano pronunciare quella energica sdrucciola.


68 - Virata a nord-ovest (12:51)

Po, che nei millenni si era cercata la strada in cento modi diversi, lasciando tracce impressionanti di alvei in secca, compiva proprio qui la virata più spettacolare.

Dopo Pomponesco, infatti, girava verso le Alpi, tornava quasi indietro, come risucchiata dall'Oglio che subito la rigurgitava in direzione del Delta, in una nuova e pazzesca curva da autodromo.

Altro che i canali di Francia, ora eravamo sull’Eufrate, in mezzo a segni millenari di regimazione delle acque, ben precedenti al "riscatto" fascista delle terre.

Lì c'era un ponte di barche, ma non un ponte di barche qualunque, mi disse la gente, un ponte che naviga.

L'unico in Europa capace di spostarsi e non solo di salire e scendere.

Si agganciava a quattro approdi diversi, su differenti livelli stradali, e aveva anche un ponte di comando, con la baracca degli addetti, con letti e cucinino.


69 - Canali e fornaci (07:40)

San Giacomo, San Nicolò, San Benedetto. Il territorio tra sudore, santità e lavoro, fatica tremenda di canali e fornaci.

Registrato sul taccuino: "sole, vapori, afa, odore forte di acacia, robinie e pollini di ippocastano".

Ma su tutto regnava il letame di vacca; eravamo nella terra dei Sikh, il Punjab d'Italia.


70 - Fischio del treno (06:58)

Da San Benedetto Po venne a prenderci l'amico Fabio Malavasi, uomo di fiume e di treni, nato in un casello ferroviario della linea Ferrara-Suzzara.

Malavasi l'aveva ripreso in locazione e ora lo cura meglio di un museo.

Ci disse che ancora oggi i treni fischiano per salutare quando passano di là.

Un treno passò a due metri dal casello, fece lo stesso rumore immenso del fiume, eppure nulla della casa vibrò, contrariamente a quanto accadeva col transito di camion cento volte più leggeri.

Nel casello tutto era come cent'anni prima, dall'archivio dell'officina a fanale a olio.

“Quando mio padre fece ottantaquattro anni ", narrò Malavasi, "un treno speciale a vapore passò qua davanti e lo salutò col fischio e un gesto del macchinista".

E aggiunse: "ancora oggi i treni mi salutano fischiando... i vicini sanno che sono a casa appunto perché sentono i treni fischiare".


71 - Il sabba (06:16)

Verso Mantova tutti i nostri nasi sentirono l'odore forte di maiale.

Acido, quasi irritante.

Qualcuno stava scaricando escrementi del fiume.

Da Cuneo al Friuli scatta una baraonda epidemica, indescrivibile; come se un mestolo enorme entrasse in azione creando un vortice di milioni di animali, scatenando in ogni box un sabba di schiene, cosce e culi che si scavalcano, annaspano nuotano come un branco di barracuda dentro una vasca da bagno.

Solo che i maiali non stanno zitti come i pesci, urlano come indemoniati; una fame boia, metafisica, primordiale.

Emettono lo stridio di un milione di forchette che grattano all'unisono il fondo di un piatto.


72 - Il grido di Persefone (05:39)

Il terremoto.

Già, chi ci pensò al terremoto in quel viaggio.

Veleggiando tra argini secolari e mobili, a nessuno di noi venne in testa che la pianura era solo un Adriatico interrato e che sotto quel mare una lingua enorme di zolla africana premeva con forza bestiale contro le Alpi.

Mancavano solo due settimane al boato che avrebbe fatto ballare l'Emilia e non ci ispirò l'immagine di quella massa oscura che spingeva, sotto chissà quanti strati di lava, ghiaie e, sabbie, ossa di mastodonti, conchiglie e balene fossili.

Eppure sapevo delle botte tremende che profondo aveva inferto, fin dal medioevo, proprio lì lungo l'asta di Po.

Ma quel giorno avevamo altri pensieri, altre catastrofi ci venivano incontro, indotte dall'uomo e non dalla natura. Disastri evitabili, dunque.

Subito dopo il Mincio, la Secchia sbucò mormorando in Po e sapevamo che sarebbe bastato risalirla fin sotto l'Appennino per trovarla incassata in una voragine di 15 m sotto il piano di campagna.

L'avevano sfigurata i cavatori di ghiaia, e ancor peggio avevano fatto quelli che avevano tentato di limitare il danno mettendo le pezze di cemento.

Anche lì si scoperchiavano gli abissi di Persefone.


73 - L'arcipelago (11:48)

Sfioravamo isole mitiche e dimenticate: Rodi, Mafalda e, poco oltre il meandro di Ostiglia, la famosa isola Boschina, dove aveva soggiornato Maria Callas.

Su quella di Rodi stavano rimediando alla catastrofe della pioppicultura ripiantando la vegetazione originale - salici, frassini, querce -, 1000 ettari di alberi nuovi per Po, vincolati a bosco perenne.

Da lontano sembravano la peluria sulla testa di un neonato; li vedevamo bene sulla sommità di quel balenone di sabbia e limo grigio argento, alto sui fianchi piallati dalla corrente, che crescendo in altezza in autonomia, generano una rassicurante asimmetria.


74 - In processione (05:31)

All'altezza di Borgofranco, sull'argine destro di Po, apparve nel vento una processione, parroco e chierichetti in testa.

Indecifrabili stendardi innalzati come ostensori sfidavano i fulmini mentre raffiche tese strattonavano le gonne delle vecchie in coda al corteo.

La lunga fila andava in direzione contraria alla nostra, sembrava venirsi incontro e ammonire.

Non c'era nessuna bara, non era un funerale: ma era come se lo fosse.

Tutto avveniva in silenzio.

Un film muto con la tonaca gonfia del prete, i cappelli a tese larghe dei vecchi e il lutto delle donne anziane.

C'erano anche donne giovani, trottavano a fatica, impedite dai tacchi alti.


75 - Gli ultimi ponti (08:00)

A Felonica c'è il Museo della Seconda Guerra mondiale, e lì uno dei volontari ci narrò storie di cosacchi e turkmeni in fuga e di panzer tedeschi sprofondati nel fango; poi ci disse "quando si va a scuola la Seconda Guerra mondiale si fa in fretta, dalla liberazione di Bologna a piazzale Loreto. In mezzo, il nulla. I nostri nonni invece ci hanno raccontato cosa è stata quella guerra sul Po".

Sermide e Felonica erano stati gli ultimi ponti raggiunti dai tedeschi su Po.

Quelli di pietra erano stati bombardati e la Wehrmacht ne aveva fatti di nuovi in tutta fretta, ma solo per le truppe a piedi.

I veicoli erano traghettati a volte anche con i tronconi dei ponti di barche, ma solo di notte.

I diari dicono che c'erano dei reparti che all'imbrunire montavano i traghetti e all'alba li smontavano per nasconderli tra gli alberi.

Per questo la sponda destra di Po era diventata un cimitero di veicoli, e Felonica aveva avuto un ruolo importante in questa vicenda storica.


76 - L'Isola del Tesoro (05:31)

Valentina era sempre la più sveglia di tutti, era dentro il viaggio con tutte le fibre, ci riempiva di storie e domande.

Poi scoprì una guida in mezzo alle sacche e si mise a leggere di Sansego, l'unica isola sabbiosa del Quarnero, figliata forse da Po in chissà quale èra.

E così andammo avanti finché Sansego non divenne la nostra Isola del Tesoro.

L'ascendenza Padana del fazzoletto di terra sperduto in mezzo al mare ci incuriosiva e ci attirava. "Sarebbe bello andarci", disse l'incontentabile viaggiatrice.


77 - La fortezza stellata (06:01)

In una notte di tregenda di molti secoli fa, cambiò strada e abbandonò la foce di Spina - il grande porto dell'ambra - per trasferirsi scorrendo più a nord, su quello che è il Delta attuale.

Sotto un enorme edificio in mattoni il fiume virò decisamente a sud, ci diede una spinta di misura sotto un ponte e ci permise la vista, oltre una barriera di pioppi centenari, della rocca medievale di Stellata, anch’essa in mattoni, un capolavoro dell'arte militare e dell'estetica, che un tempo aveva governato i passaggi sul fiume con una catena tesa fino all'altra sponda, simile a quella del Corno d'Oro nell'antica Costantinopoli.

Decidemmo di scendere a terra per dare un'occhiata.

Sotto il sole sfolgorante il paese dormicchiava al riparo dell'Argine.

Anziani battevano tressette ai tavolini del bar.

Chiesi a un tipo al lavoro in un deposito di bici in quale regione ci trovassimo, e lui ci rispose che proprio lì intorno a Stellata moriva l'ultimo pezzo di Lombardia a sud di Po, e non era facile orientarsi.


Parte Quinta «Morimondo» di Paolo Rumiz (lettura di tutti i capitoli da 78 a 89) (01:50:32)

78 - Nel silenzio (07:53)

Al termine dell'ansa di Ficarolo e Stellata arrivò l'ultimo affluente, il Panaro.

Dopo tanto scorrere, crescere e gonfiarsi, l'infinito accumulo si esauriva, prima che cominciasse la grande dispersione nei sei rami del Delta.

Tra questi due grandi momenti, Po diventava solo se stessa, corrente e solitaria priva di bacino idrografico.

E l'impressione che con la fine dei tributari finisse anche la densità degli incontri, l'affollamento e il frastuono di voci che avevano riempito il mio taccuino.

Non avevo più l'obbligo di ascoltare e documentare, mi bastava sentire; il tempo decisamente rallentava in sincronia con la decelerazione della corrente.

In quella lentezza e in quel silenzio, la voce di lei si fece decisamente più udibile.

Non era più un'orchestra, anche il coro si era spento.

Ora era un assolo.


79 - Il temporale (09:32)

Imbarcadero di Stienta con temporale nell'aria.

Un magnifico pontone, uno dei più belli del viaggio: aveva un'ampia casetta terrazzata, sede dell'associazione Amici di Po, dove sbarcammo sul più bello di una festa.

Poi il tempo girò rapidamente al peggio: temporale arrivò da monte guardando il fiume, aveva il busto fuori dalla corrente, schiume alle spalle e saette tra le mani.

Ora grandinava e accanto al pontile traslucido, il Gatto corbione oscillava strattonato dal vento, e intanto Gianni, che avrebbe potuto parlare di enormi pesci mitologici, aveva la memoria che frugava altrove; infatti anche lui come Luciano cercava la guerra.

Mentre la grandine già tambureggiava sul tetto ci raccontò che quando venivano i bombardieri non andava nel rifugio, e un giorno quando ne venne giù uno, corsi a vedere e per entrare nella carlinga spostò i morti.

Avevano orologi e soldi, ma a lui non interessavano e tornò a casa con due fasce di cartucce.

A scuola c'erano dei sotterranei e lì teneva tutta la sua merce.

Ricordò anche che c'erano dei tubicini di scarico dell'acqua sui davanzali, dove dentro ci andava giusto il detonatore, lui li metteva lì, accendeva la miccia e pam, il tubicino diventava una rosa di ferro.

In mezzo ai fulmini il sindaco mi disse affettuosamente: "pensi, questo qui aveva il Garand, il Thompson, il moschetto ‘91, e sparava pure al campanile, il piccolo dinamitardo".


80 - Oltre il ponte (08:08)

Il Gatto puntò sulla riva Veneta e ci agganciamo a un imbarcadero fra due ponti, per rifugiarci in un ristorante-pizzeria dove si aspettavano Renate e Carl, una coppia di amici tedeschi innamorati di Ferrara.

”Questo vostro viaggio dovrebbe avere una colonna sonora", ci disse il tedesco dopo aver ascoltato attentamente il nostro racconto, e restammo di sale, perché nessuno di noi ci aveva pensato.

Carl promise che avrebbe fatto una ricerca.

C'erano musiche sul Reno e il Danubio, dunque anche Po doveva avere le sue.

Ma chiese anche se sapessimo che Italo Calvino aveva fatto il cantautore.

Restammo nuovamente di sale.

Non lo sapevamo e non capivamo dove volesse arrivare.

"Ja, ja, ja lui ha scritto anche di questo fiume. Una canzone che si chiama Sul verde fiume Po”, molto malinconica.

E tirò fuori un altro motivo di Calvino che poteva entrare nel discorso.

Si chiamava Oltre il ponte, in endecasillabi fatti per marciare.


81 - Gli aquiloni (11:14)

“Meno male che c'è Po”: quella frase era rimasta sospesa fra noi mentre il Gatto metteva il muso verso il gran finale.

Faceva freddo per la stagione.

Lontano su pontile, Renate, Carl e il misterioso pescatore ci salutavano ancora con la mano, e ci dispiacque un po' lasciar fuori Ferrara.

Fabio non aveva mai mollato il timone e arrivò a fine corsa fradicio, con le scarpe tracimanti acqua a ogni passo, e quando finalmente sbarcammo a Polesella per raggiungere un vecchio posto di guardia dal nome trasparente di I Quarti, trasformato in locanda con camere, salutò con gioia la stufa accesa e la doccia calda al piano di sopra.

Eravamo su di giri: ci avevano dato una stanza per quattro, come ai tempi delle gite scolastiche, e intanto la tramontana aveva scacciato le nubi spalancando un cielo ed aquiloni con vista sui Colli Euganei.


82 - Il bardo Francesco (13:39)

Era arrivato il giorno del bardo Francesco e anche quello della resa all'automobile.

Non c'era altro mezzo per arrivare in fretta lassù, sui monti di Porretta dove viveva Francesco Guccini.

Partimmo e ovviamente, abituati alle vie d'acqua, sbagliammo quella di terra.

Come le anatre, ci ostinavamo a seguire i fiumi senza guardare la segnaletica.

Dovevamo risalire il Reno, il mitico affluente-che-non-c'è, e invece imboccammo il Setta verso Castiglione dei Pepoli, il che ci obbligò a un interminabile traversata in quota, su strade franose e fuori dal mondo.

Così arrivammo a Pavana sul Limentra abbondantemente dopo le undici.

Adoro Francesco per la sua capacità di raccontare, quasi quanto per le sue canzoni.

Di lui pochi sanno che un uomo d'acqua, che va segretamente in canoa a pagaiare e si autodefinisce "uomo di fiume".

Quel giorno con noi andò dritto al dunque e alla locanda Ai due Ponti, addentando polpette croccanti al forno, chiarì le sue orgogliose origini fluviali: "da piccolo o leggevo o andavo al fiume, a pescare i broccioli con la forchetta ".


83 - L'ordalia (04:48)

Tornando a Valle, Valentina ripartì con le citazioni. 

Fu un trattato di letteratura fluviale. 

Era bellissimo, ma io ero stanco di libri. 

Dopo i racconti del bardo, cominciai a pensare che non mi avessero aiutato per niente a capire il mondo. Anzi. 

Quella roba era stata una zavorra, mi aveva appesantito di citazioni, impedendomi di vedere con i miei occhi. 

Sentivo bisogno di silenzio.

Di ascoltare solo me stesso e la voce del fiume. Sì, la voce.

Avevo bisogno di voci, non di scrittura. 

Pensai a un’ordalia.

Ripudiare un libro, e non uno qualsiasi, doveva essere un libro importante. 

Sentivo l'urgenza di staccarmene con un atto plateale, per sancire l'inizio di una nuova fase. 

Lasciare indietro la mia vecchia pelle. 

Arrivai al punto di pensare che il libro aveva rovinato l'umanità, distrutto civiltà, disseccato fiumi di memoria, staccato la spina alle conoscenze orali, che erano la sola vera sapienza collettiva, quella che si passa di padre in figlio, anzi da nonno a nipote.


84 - La lanterna magica (11:14)

Nella camerata della locanda mi rannicchiai in un cantuccio di silenzio.

Volevo stare solo.

L'immagine di quel piccolo libro in volo, squadernato dal vento, non mi andava via dalla testa.

Avevo avuto l'impressione che avesse tentato di difendersi, che mi avesse detto: ma come, io che mi fidavo di te, io che ti avevo accompagnato fedelmente in questo tuo viaggio nel fiume.

Ero pentito del sacrilegio.

Quando il libro smise di parlare, tacqui perché non avevo nulla da controbattere.

Lui aveva detto semplicemente ciò che sapevo da sempre.

Il film, l'arazzo interminabile che avevo percorso camminando come nei corridoi di una pinacoteca, non era più una storia lineare e si era coagulato in un solitario nucleo luminescente.

Mi accostai esitando a quella lanterna magica e dentro vidi donne magre raccogliere erba nei fossi, uomini in divisa straniera a lasciarsi inghiottire dal fango, file di scariolanti intabarrati nella nebbia.


85 - Il canto del battelliere (06:47)

Verso Villanova Marchesana, sulla sponda sinistra, attaccammo a un pontone disastrato agganciandoci a un motoscafo malconcio e a un traghetto semi affondato.

Doveva esserci rifornimento di benzina, e invece niente, così presi un bidone vuoto, lo caricai sul bagagliaio della bici e andai alla ricerca di panini e di un distributore.

Ma quando, fatto il pieno, tentai con una fune elastica di agganciare il bidone bello pesante alla bici, sentì un crack improvviso e un dolore insopportabile alla mano destra.

La base del pollice era uscita dalla sua sede, e io mi ritrovai invalido.

Non riuscivo a far nulla, nemmeno ad aprire la porta di una farmacia che la provvidenza aveva piazzato a pochi metri.

Mi aiutarono due immigrati, un cinese e una zingara.

Ma il peggio era che non riuscivo a tenere la penna in mano per scrivere.

Forse era la vendetta del libro, che mi condannava a rinunciare alla scrittura che avevo rinnegato, per apprezzarne il valore.

In quel momento apprezzai solamente il valore delle mie mani: non potevo credere che un solo dito inservibile mi riducesse in quelle miserande condizioni.

Rividi quel film in cui il battelliere protagonista nuotava nell'acqua torbida dei canali di Francia per ritrovare il suo amore perduto e mi tornò anche in mente una vecchia canzone occitana che parlava di una bella che si gettava nel fiume per la morte del suo gambarrier, un battelliere della Garonna.


86 - Profumo di mare (06:52)

A Punta Crociera, poco dopo Serravalle, la linea divenne spazio.

Po si divideva per la prima volta e noi si decise di mollare senza troppi dubbi il corso principale per imboccare il ramo di Goro.

Volevamo perderci nel Delta.

In fondo c'era un bel ponte di barche e un faro che avrebbero reso perfetto il finale.

Ci aspettava una terra estrema, segnata da arcipelaghi di dune fossili, nella quale si diceva fossero ammessi solo due mestieri: il vongolaro e pontiere.

Eravamo al chilometro 626 della sorgente, e ora il fiume diventava tutto Veneto.

Eravamo a 25 km dal mare, tutto si consumava con una facilità impressionante.

"Ma come, tutto qui?" Questo ci chiedevamo filando verso la fine.


87 - Le parole del libro (06:29)

Passò una barca a motore a luci spente che andava nella direzione contraria.

La barca passò, urtò qualcosa di galleggiante che si spostò verso il muso del Gatto chiorbone.

Entrai per tirare fuori i sacchi-lenzuolo per le cuccette e mentre tentavo di sfilarmi le braghe con la mano inutile, la barca si inclinò sul lato sinistro.

"Ma guarda tu”, sentii borbottare Alessandro con bell’accento emiliano.

Uscii a vedere.

Il mio compagno di viaggio si era sporto da prua, a pancia in giù, e aveva tirato a bordo qualcosa di gocciolante.

"Un pezzo di libro", disse sedendosi accanto al bompresso, e stese quella cosa in modo che la luna la rischiarasse.

Lo aveva portato la piena, come la barchetta di vimini su cui aveva viaggiato tra i canneti del Nilo un neonato di nome Mosè.

Il cuore mi batteva a mille. Presi la torcia e lo illuminai.

Mancava la copertina e il titolo era introvabile.

Le pagine era incollate, solo la prima - segnata dal numero 37 - era malamente leggibile.

Mormorò Alex guardandomi: "parla di un fiume". E mi porse il pacco bagnato.

Avevo buttato nel fiume un libro e il fiume me ne restituiva un altro.

”Non parla di un fiume, parla di noi", conclusi.

Eravamo come due monaci davanti a un leggio illuminato da candele nel fondo di una cripta e, come nel rito Greco, si alternavano nella lettura cantata.

Guardai sul retro. C'era un commento che nominava Bernard Shaw.

Poteva essere lui, il vecchio George.

Il suo trattato di filosofia forse il passo sulla ricchezza.

Ero io il più vecchio della banda dunque ero il destinatario del messaggio in bottiglia.

Il rito notturno aveva ridato oralità alla scrittura. Avevo ritrovato il libro.


88 - Il faro (12:43)

Annoto: “ore 14.18, siamo in Adriatico”. È l'unica cosa che scrivo.

Col pollice sbloccato, mi tocca tenere la penna tra indice è medio. 

Deviazione sulla destra fra le canne, verso l'ultimo riparo dal mar grande.

C’è un mandracchio, nascosto dietro le dune del faro.

La barca è legata a un palo malconcio piantato nella melma.

Casa del faro tra le tamerici. Il custode dorme.

Nel giardinetto sul retro un bergamasco, taciturno come tutti i bergamaschi, fa parole crociate a un tavolino.

Un gatto enorme ci guarda da un muretto mentre facciamo merenda.

Tra il faro e la laguna traffico di rondini. Il Faro si accende, comincia a sciabolare.

Da dentro arrivano le voci del bergamasco e del custode invisibile. Cantano, reclusi.

Si sono buttati in un incredibile karaoke, con musiche di venti, trent’anni prima.

È come se volessero difendersi dall'immensità che li circonda.

Ma poi la porta del faro si apre, e vediamo finalmente la faccia del custode.

Tra qualche giorno, dice, arriveranno le scolaresche e i battelli pieni dei tedeschi, e vuole godersi un po' di libertà.


89 - L'isola (11:22)

“Paolo", disse Alex, "con Valentina abbiamo deciso che il viaggio non è finito. O meglio, che non abbiamo nessuna voglia di finirlo".

Ebbi un tuffo al cuore.

Vale: "non sarà mica il fiume a decidere per noi, no?”

"Cosa avete in mente" chiesi.

Semplice: Sansego!

Rimasi senza parole. La trovata era geniale.

Continuare fino all'isola di sabbia formata chissà quando da Po.

Vedevo già la rotta.

Alla fine, quando venne spento il motore e andammo con l'ultima corrente, usando parsimoniosamente la vela, il Gatto passava lento in un intrico di salici, anche, tronchi naviganti, pesci guizzanti e uccelli.

Dove avremmo mai potuto trovare un simile spazio di libertà?

Nessuno ci chiedeva nulla è l'unico limite al nostro andare erano i fondali.

Non c'era una strada, e non si sentiva rumore umano.

Ed era strano quell'ammaraggio dolce, senza rocciosi promontori e cannonate di burrasca sulle scogliere.


Parte Sesta «Morimondo» di Paolo Rumiz (lettura di tutti i capitoli da 90 a 96) (56:30)

90 - Finis Terrae (08:59)

Aveva ragione Valentina con la sua mille volte evocata Regina d'Africa: il pensiero viaggia alla velocità della corrente; fiume veloce, pensiero rapido, fiume fermo, pensiero immobile. 

Immobile nel senso di contemplativo, di pensiero non affaccendato. 

A Boccasette entrai, e forse tutti entrammo, nel cielo rarefatto di Aion, l'eterno presente per i greci. 

Quello era il finis terrae per davvero.


91 - La cerniera (05:25)

E l'indomani partimmo per Chioggia, col gatto in fregola per la sfida del mare aperto. 

Vidi il muso della cat-boat fendere la cerniera che separava le acque verde torbido di Po, Adige e Brenta, da quelle azzurre più pulite del mare aperto. 

Una linea circolare perfetta, euclidea, priva di sbavature. 

Una quantità impressionante di correnti dolci si scaricavano su quel tratto di costa.


92 - Il profeta (11:26)

De Stefano era un taciturno, ma quella sera parlò.

"Voi non avreste dovuto usare il motore", disse a un certo punto.

Era sinceramente addolorato per questa nostra infrazione. Gli era rimasta sullo stomaco.

"Il bello del fiume è passare senza lasciare altra traccia che i ricordi e la conoscenza.

Bisogna lasciarsi permeare da questa ossigenazione liquida che porta acqua, nutrimento, pesce, e porta via i rifiuti".

Sai, qui la gente con Po ci parla e si confida. Ognuno ha il suo rapporto privato e segreto col fiume. 

Ma non chiedere mai qual è quel rapporto. Mai.

Per quanto mi riguarda ti potrei solo rispondere che è intimo, e più non avrai.


93 - In mare aperto (07:00)

La mattina dopo Irene e Paolo ci accompagnarono alla nuova barca.

Per raggiungere l'ormeggio dovemmo superare fastidiosi cancelli e mostrare per la prima volta i documenti, rimpiangendo la bella libertà del fiume.

Lì nessuno ci aveva mai chiesto di declinare le fatiche generalità.

Arcana era signorilmente ormeggiata a un pontile dello Sporting Club, lussuoso lazzaretto ben separato da tutto ciò che amavamo: la puzza d'angiporto, la ruggine dei pescherecci d'altura e la rumorosa penombra del bar-trattoria Paradiso.

Uscimmo dalle bocche di porto mentre i pescherecci rientravano col solito codazzo di gabbiani.

Poi entrammo a Rovigno giusto in tempo per registrare i documenti. Già, di nuovo quelli.

Sul mare, anonimato impossibile. C'erano mille polizie ad aspettarti al varco.

Il mare è alberghi, cemento, marine a pagamento.

E a noi fu difficile adattarci, dopo giorni di vita brada.


94 - Rebetiko (07:28)

Mi trovai solo, in cima al molo della capitaneria, in preda a una pace lancinante che mi drogava l'anima.

Feci qualche passo verso il largo, finché il passo divenne ritmico e mi misi a ballare a braccia aperte, seguendo una musica che stava solo nella mia mente.

Rovigno scintillava, gli odori erano già quelli dell'Attica e del Peloponneso, Po era lontanissima, e io eseguii da solo le figure di un rebetiko, piegando ogni tanto le ginocchia e compiendo giravolte, come mi aveva insegnato un amico.


95 - La testuggine (10:36)

“Da dove venite?“ Mi chiese un pescatore pochi minuti prima della partenza per Severo.

Era una mattina a benedetta dal sole limpido, io gli risposi "Da Torino", e siccome lui non si scompose - sapeva benissimo che Torino stava sull'acqua e quell'acqua finiva in Adriatico - compresi che quella mia boutade era il vero filo rosso della storia.

L'isola delle sabbie e del vino era ormai a dieci miglia. Sembrava un tartarugone.

Alex riuscì a socchiudere il libro fissato alla tolda, che stava asciugandosi al sole e al vento, e trovò un'altra frase.

Lesse ad alta voce: "finché ho un desiderio, ho una ragione per vivere. La soddisfazione è la morte". L'ombra di Sansego era era una boa, un pacifico, immobile sedimento sopravvissuto alla bora, alle mareggiate alle correnti non si sa per quale miracolo della natura.

Potemmo vederla ricoperta di canne palustri gialline, segno di un'appartenenza all'acqua dolce più che a quella salata.

La Costa era fatta di franosi calanchi simili a quelli di Castell'Arquato in Val Padana, dove erano state trovate ossa di balena.

Ed era coronata da terrazze di vigne inselvatichite che da lontano parevano una crespa lanugine.


96 - Il bisillabo (05:43)

Andai a sedermi in cima al molo ad aspettare Vezza, il traghetto della sera.

Su una panca c'era solo una donna sugli ottanta, vestita alla maniera sansegota.

Era nata in America, mi disse, da una coppia di emigranti.

"Mi piasi America,” ”ma mi vojo morir qua".

Come ti chiami, chiesi alla vecchia. "Dinka", rispose, "mi chiamo Dinka".

Era la seconda volta che mi imbattevo in quel bisillabo.

Anni prima, in una camminata sui monti dell'Istria, un amico aveva incontrato un'altra vecchia con quel nome; era seduta ai piedi di un muretto, vestita di nero, e si abbracciava alle ginocchia col capo reclinato.

Solo che era morta. Era andata a morire nel bosco da sola.

La bella vecchia se ne andò soletta, io rimasi solo davanti al mare increspato.

Fu subito dopo che vidi passare, ha una trentina di metri, una donna in nero molto più giovane e senza fazzoletto in testa.

Percorreva leggera il muro frangiflutti a protezione della diga; era eretta e aveva il fianco verrà stremato dei vecchi remi di Dalmazia.

Era greca, caucasica e persiana nello stesso tempo. Ne conoscevo i lineamenti a memoria.

Mi accorsi improvvisamente che Dinka poteva essere stata simile a lei un tempo.

Di una cosa ero certo: era un gran bel nome di fiume.


L’AUTORE

Paolo Rumiz, nato a Trieste il 20 dicembre 1947, è un giornalista, scrittore e viaggiatore italiano.

Iniziò come inviato speciale del Piccolo di Trieste, e in seguito divenne editorialista de la Repubblica.

Molti dei suoi reportage narrano i viaggi compiuti, sia per lavoro che per diletto, attraverso l'Italia e l'Europa.

Nell'estate del 1998 pedala in bicicletta da Trieste a Vienna, in compagnia del figlio Michele; in seguito pubblica il reportage “Dove andiamo stando?”, su Diario, nell'autunno 1998.

Nella primavera del 1999 esplorò le regioni della costa adriatica italiana in automobile, da Gorizia al Salento, pubblicando poi il reportage “Capolinea Bisanzio”, su Repubblica; nell'inverno del 1999 percorse in treno la tratta Trieste-Kiev (L'uomo davanti a me è un ruteno, pubblicato sul Piccolo nello stesso anno); nella primavera 2000 si imbarcò sul Danubio a Budapest per arrivare al confine tra Serbia e Romania (Ljubo è un battelliere, inserito in “È oriente” del 2003); nell'inverno del 2000, ancora in treno, da Berlino a Istanbul (“Chiamiamolo Oriente”, pubblicato su Repubblica); nella primavera 2001 girò il Nord-Est in bicicletta, da Trieste al Gavia (“Il frico e la jota”, inserito in “È oriente” del 2003).

Da qualche anno fa un viaggio ogni estate, in agosto, raccontandolo di giorno in giorno, su Repubblica.

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