Le riflessioni che trascrive nel suo diario raccontano una terra con i suoi miti e i suoi archetipi immutabili, una Sardegna di pietre e di pastori, ma anche una terra in cui si avverte il cambiamento della storia, una realtà che non è immobile.
Il tempo della Sardegna infatti è un tempo complesso, perché oscilla continuamente tra il movimento del presente e il permanere del preistorico.
Corriamo così attraverso immagini rapidissime, dove ogni momento è gremito di visioni: le querce e i prati di asfodeli, i pipistrelli delle domus de jana, le sacre mannalittas, i nuraghe, le rocce e il mare; gli operai, gli immigrati, gli uomini, e l'incedere divino delle antiche donne-regine.
Un'opera che esalta la qualità amorosa della visione di Carlo Levi, e l'altra misura del suo sentimento, grazie al quale il libro va al di là della cronaca e del racconto di viaggio.
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Avvertenza al lettore
Questo modesto libretto, che non pretende di avere altro interesse che quello del suo argomento, non fu da principio che un gruppo di appunti sommari vari su un viaggio in Sardegna, nel 1952, che, già pubblicati su giornali e riviste, avrebbero dovuto servire, ripetuti e completati, come commento o prefazione a un libro di documentazione fotografica da pubblicarsi in Germania.
Con il passare degli anni, l'opera mutò composizione e struttura: soprattutto per il sovrapporsi delle immagini di altri viaggi negli stessi luoghi, mutati in parte le cose, ed io stesso; e per l'emozione della perpetua con presenza dell'identico e del d'istinto che ne derivava, e mi suscitava il senso di una dimensione diversa della memoria, di una diversa, quasi stereoscopica, qualità intrinseca della visione.
L’AUTORE
Carlo Levi, nato a Torino il 29 novembre 1902 e morto a Roma il 4 gennaio 1975, scrittore, pittore e politico, è stato uno degli intellettuali di spicco del Novecento italiano.
La profonda amicizia e l'assidua frequentazione di Felice Casorati orientano la prima attività artistica del giovane Levi, con le opere pittoriche Ritratto del padre (1923) e il levigato nudo di Arcadia, con il quale partecipa alla Biennale di Venezia del 1924.
Dopo i soggiorni a Parigi, dove aveva mantenuto uno studio, la sua pittura, influenzata dalla Scuola di Parigi, subisce un ulteriore cambiamento stilistico.
Levi, per una precisa posizione culturale coerente con le sue idee, considerava espressione di libertà la pittura, in contrapposizione formale e sostanziale alla retorica dell'arte ufficiale, secondo lui sempre più sottomessa al conformismo del regime fascista e al modernismo del movimento futurista.
Nel 1931 si unisce al movimento antifascista di "Giustizia e libertà", fondato tre anni prima da Carlo Rosselli, e tra il 1935 e il 1936 fu condannato dal regime al confino in Lucania, e da quell’esperienza nacque "Cristo si è fermato a Eboli", oltre a un indissolubile legame con il paese di Aliano, dove volle essere sepolto alla sua morte.
La sua eclettica attività creativa e politica, dal dopoguerra in poi, fu intensamente intrecciata a quella di instancabile viaggiatore e, tra la fine degli anni cinquanta e i primi anni settanta, intraprese una serie di viaggi che lo portarono fino in in Russia, India, Cina, Stati Uniti e Cile.


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